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Edda Asaro |
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C'ERA UNA VOLTA LA TUBERCOLOSI !?! |
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Siamo negli anni venti, mentre nasce e si consolida il fascismo in Italia: la tubercolosi colpisce sempre più le nostre popolazioni, come un flagello subdolo e silenzioso. Se da un lato c'è il timore reale per una malattia severa, dall'altro c'è, nell'immaginario collettivo, la rappresentazione del "male", una sorta di disgrazia senza ritorno! Chi ha l'età ricorderà quali erano le preoccupazioni di tutti: lavarsi frequentemente le mani con "varechina", non sostare o passare davanti le case dei malati di petto, osservarsi allo specchio per non trovarsi "linfatici" o "consunti". La paura per questa malattia non era del tutto infondata! Il dott. De Masellis, presidente del Consorzio Antitubercolare di Agrigento la definisce:" ... nemico terribile, tanto più forte, quanto più profonde sono le tenebre che lo circondano, quanto maggiore l'insano pregiudizio di chi col riserbo lo alimenta e lo protegge .... Sorsero allora in alcuni comuni i dispensari antitubercolari, i quali svolsero un ruolo notevole nell'accogliere, curare e assistere in tutti i bisogni questi pazienti. Essi ricevevano, inoltre, un piccolo manuale che indicava l'adozione di comportamenti che evitassero il diffondersi della malattie: vi leggiamo il divieto di condividere con altri la camera da letto, di dare baci, di sputare per terra. I malati venivano dotati di sputacchiere tascabili da utilizzare quando non era possibile servirsi delle sputacchiere dei locali pubblici. In sintesi, il paziente si sentiva gestito, e non a torto. Infatti lo stato della sua malattia era sotto stretto controllo delle istituzioni: i podestà inviavano ai presidenti dei consorzi provinciali veri e propri bollettini sulle condizioni dei singoli pazienti con i relativi campioni di espettorato. Le autorità sanitarie di allora erano impegnate a svolgere una delicata campagna educativa che riuscisse a far presa sulla gente in maniera corretta senza inutili allarmismi. Anche a Canicattì ed in provincia vi furono diversi casi di tbc. Frugando infatti nell'archivio del nostro Comune sono stati ritrovati documenti che testimoniano l'emergenza tubercolare qui da noi. Il Prefetto di Agrigento, impegnato ad istituire il Consorzio Antitubercolare Provinciale, obbligava i comuni a contribuire alle spese in ragione di £. 0,10 per abitante e per anno. Una determina del 1923 a firma del Commissario prefettizio Angelo Drago, stabilisce infatti di stanziare ogni anno la somma di £. 3.120 come contributo dovuto. Qualche anno dopo, il Prefetto raccomandava di realizzare nei comuni i Dispensari Antitubercolari diretti da un medico tisiologo. In quel periodo la figura del Sindaco veniva rivestita dai commissari prefettizi, i quali, nonostante la brevità temporale dei loro incarichi, riuscirono a realizzare nel nostro comune il dispensano. Sempre dall'Archivio è venuta fuori la relazione dell'Ufficiale Sanitario che indicava nei dettagli le caratteristiche dei locali e degli arredi nonché l'impegno di spesa pari a £. 60.000. L'Ufficio Tecnico predispose a tal fine un progetto dell'importo complessivo di £.160.000. Si trattava di un edificio abbastanza adatto allo scopo, progettato dal geom. La Rocca e che adesso è possibile apprezzare nella carta planimetrica originale. Il Dispensario sorse in via Lazzaretto (nei pressi del vecchio ospedale), recuperando locali costruiti durante la guerra e non completati per difficoltà economiche. In Agrigento, intanto, si costituiva il Consorzio Provinciale che dava le direttive ai Comuni, sollecitandoli a pratiche educative sanitarie, con tutti i mezzi disponibili compresa l'istituzione di una sorta di "una unità mobile", che si recasse nelle campagne e nei piccoli agglomerati. In realtà, il Consorzio Provinciale possedeva un'ambulanza che a giorni stabiliti andava nei luoghi più isolati, permettendo così di effettuare visite mediche ed esami radiografici, ed inoltre, attraverso un apparecchio cinematografico portatile, proiettare brevi film a scopo educativo. Né il Consorzio Provinciale, né i dispensari riuscirono però a risolvere il problema dei ricoveri i quali venivano effettuati al "Ferrarotti" di Catania ed al "Cervello" di Palermo, la cui disponibilità si esauriva ben presto. I pazienti allora venivano inviati a Livorno con tanto disagio per loro e per i parenti costretti ad una così triste emigrazione. Passò molto tempo prima che questa malattia tanto insidiosa riuscisse ad essere controllata. Oggi, fortunatamente abbiamo a disposizione terapie e mezzi diagnostici che ci permettono di fronteggiare meglio la tbc, ma, per la sua natura e per la sua patogenesi, essa non è facilmente eradicabile. Aree di recrudescenza ci impongono a non abbassare la guardia! |