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UN PROTAGONISTA DEL NOSTRO RISORGIMENTO: VINCENZO MACALUSO |
La vicenda di uno straordinario protagonista del nostro Risorgimento, il patriota Vincenzo Macaluso. Di professione avvocato, venne perseguitato dal regime borbonico subendo addirittura ben tre condanne a morte. In seguito diventò amico personale e collaboratore di Garibaldi, e, dopo l’unità d’Italia, fu scelto come segretario particolare dal futuro primo ministro Francesco Crispi.
Vincenzo Macaluso (Canicattì 1824 - Roma 1892) proveniva da una famiglia piuttosto agiata, essendo imparentato con i baroni La Lomia. Sin da giovanissimo sviluppò un’istintiva insofferenza per le istituzioni borboniche, e la sua adesione agli ideali patriottici ne fu una conseguenza.
Ma il suo appassionato idealismo politico non era qualcosa di astratto, di puramente teorico. Il 12 gennaio 1848, all’età di circa 24 anni, il giovanissimo avvocato Macaluso si rese protagonista di un’impresa piuttosto audace, inalberando insieme ad altri patrioti il tricolore in quel di Palermo.
E nello stesso anno il coraggioso uomo di legge canicattinese si segnalò durante l’assedio di Messina da parte delle truppe borboniche, offrendo un contributo decisivo alla causa nazionale in qualità di capitano di un reparto di artiglieria. In questa veste favorì la fuga per mare di un gruppo di rivoltosi, facendoli allontanare da Villa S. Giovanni grazie ad un’imbarcazione di fortuna fornita dalla marina francese.
E in Calabria Macaluso si prodigò a far sventolare ancora una volta l’amatissimo tricolore. Vincenzo Macaluso fu condannato a morte per la prima volta, e si salvò per l’intercessione dello zio Gioacchino La Lomia, ministro borbonico della giustizia, che dovette intervenire poco dopo, a seguito di una nuova condanna a morte per una progettata insurrezione che avrebbe dovuto svolgersi contemporaneamente a Napoli e in Sicilia.
La mattina del 29 giugno 1859, Macaluso si recò nelle campagne tra Grotte e Comitini, e là, sulla cima del Monte La Pietra, piantò una bandiera tricolore. Lo stesso doveva poi fare sul Calvario di Aragona.
Queste audaci gesta ebbero delle ripercussioni in tutta l’isola; scoppiò infatti una rivolta popolare che giunse fino a Palermo e che rese ancor più Vincenzo Macaluso un protagonista delle lotte risorgimentali. Per i fatti di Comitini e Aragona Macaluso venne arrestato e condannato a morte. Questa volta scampò alla pena capitale solo perché vi fu lo sbarco dei Mille; dopo la sua liberazione, diventò uomo di fiducia e amico dell’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi, il quale lo nominò anche Commissario Straordinario della provincia di Girgenti. Concluse le lotte risorgimentali, Macaluso si lanciò nell’attivismo politico, portando avanti molte battaglie civili in nome di una reale evoluzione democratica della Sicilia, e di cui è testimonianza lo scritto Rivelazioni politiche sulla Sicilia e gravi pericoli che la minacciano (1866), recentemente ripubblicato in versione anastatica dalla Fondazione Guarino Amella di Canicattì.
L’ultima parte della sua vita la trascorse a Roma, come segretario di Francesco Crispi; in seguito, deluso dallo spostamento verso posizioni conservatrici dello statista siciliano, rifiutò un vitalizio e dei riconoscimenti pubblici da parte del futuro primo ministro. Macaluso finì i suoi giorni in estrema povertà, in obbedienza ai suoi ideali risorgimentali, che sentì irrimediabilmente traditi dalla politica del tempo. Morì a Roma nel 1892.