LA
VANEDDRA
La
vaneddra non è la strada.
La strada col suo fascino maudit,
la strada che conduce al di là di tutti gli orizzonti, ha sempre avuto
i suoi poeti vagabondi, che l’hanno amata e cantata come strumento e
simbolo della rivolta contro i valori del domicilio fisso. La
vaneddra, invece, continuazione corale dello spazio domestico, non
conduce in nessun posto che non sia legato al mondo che lasciamo a
casa. Essa impone il rispetto della sua dimensione sotto pena di
essere emarginati e segnati a dito in ogni ora della giornata: e,
pertanto, all’anticonformista si rivela sicura scorciatoia verso la
follia.
Nella vaneddra non
c’è posto per l’individualismo, come non c’è posto per il segreto o
per il privato: tutto deve essere notificato al vicino, questa
ossessiva presenza moralizzatrice a cui è impossibile sfuggire perché
“lu vicinu è serpenti, si nun ti vidi ti senti”, avverte il proverbio.
Ricordo la vecchia
prostituta piena di rughe e di belletto, ormai in pensione, che agli
occhi della vaneddra rappresentava una specie di scandalo vivente, non
tanto per il suo passato, quanto per l’orgogliosa freddezza, che è la
falsa superiorità degli emarginati, dietro cui nascondeva se stessa e
la sua vita. E noi ragazzi, istintivi autentici figli della vaneddra,
ne diventavamo l’inconsapevole braccio secolare quando ci divertivamo
a tirare pietre contro la sua porta. E lei si precipitava fuori col
manico della scopa levato in aria, mentre metteva a profitto il suo
barocco e vasto repertorio di parolacce, applicandolo alle nostre
madri e sorelle. Ma, pur essendo suscettibile come petardi, le donne
interessate non si prendevano neanche la bega di inscenare una
risposta a quelle parolacce, che diventavano piuttosto ulteriore
motivo di celato riso a spese della sventurata, che nella solitudine
derisa scontava il prezzo del suo individualismo.
La vaneddra conteneva
l’anima del mondo contadino e nessun essere poteva condurvi
un’esistenza individualmente autonoma dalle sue occulte
determinazioni. Né bastava pensare di morire per credere di andarsene
finalmente liberi, solitari vagabondi metafisici: perché neanche la
morte veniva concepita come quell’esperienza irriducibilmente
personale che è.
Quando morì il
vecchio più vecchio di tutta la vaneddra (un arteriosclerotico che di
notte sgridava i familiari che gli spegnevano la luce e di giorno
voleva essere trattenuto per non tagliare la pergola che gli faceva
ombra), il primo commento lo sentii da mia madre che, mentre si
apprestava alla visita di rito, disse “ora devono morire altre due
persone nella stessa vaneddra , perchè si deve formare la croce”.
Dunque, era cosi:
ogni volta che un uomo moriva, segnava il punto iniziale di una croce
immaginaria i cui restanti punti si sarebbero topograficamente
distribuiti nella vaneddra con altrettanti morti. La scoperta insinuò
nel mio essere la superstiziosa necessità di completare la croce e mi
fece sentire un punto potenziale di quella nascente costellazione di
lutti. Intanto, la vaneddra era sprofondata in una tristezza che
fermava il tempo, nessuno osava parlare a voce normale con i vicini, i
ragazzi venivano ammoniti perché andassero a giocare lontano, i rumori
del giorno si spegnevano, lasciando il silenzio al pianto
intermittente dei parenti del morto. In quel disarmante microcosmo, io
col mio muto terrore mi aggiravo formulando progetti di salvezza.
Perché non andavamo ad abitare in un altro posto, prima che fosse
troppo tardi ? Perché mio padre non vendeva la casa per salvare tutta
la famiglia dalle reti parate dalla morte ?
Soltanto adesso,
decifrando retrospettivamente la simbologia delle morti che dovevano
disporsi a croce tra le abitazioni della stessa vaneddra, indovino
tutta l’importanza che quella cultura attribuiva alla topografia
fisica dell’esistenza, e mi rendo conto che la vaneddra univa i propri
abitanti in un vincolo di parentela territoriale che neanche la morte
riusciva a dissolvere.
Allora ero teso in
una sola preoccupazione: salvarmi, vivere il più a lungo possibile,
all’infinito. Forse la cosa più terribile che accade all’uomo
nell’infanzia è scoprire la cognizione della morte come distanza dal
mondo, privazione delle sue cose, delle sue forme, dei suoi colori.
Poi, si intuisce che vivere significa spingersi continuamente verso
qualcuno o qualcosa e ci si spinge verso la madre, verso un albero o
verso una montagna che ci salva, ma nel contempo ci imprigiona per
sempre dentro la sua immagine.
Restare solo, per
me, significava arrivare a due passi dalla morte, mentre la vaneddra
era il luogo dell’impossibile solitudine e mi si offriva come la guida
più certa per andare in direzione opposta a tutti i pensieri carichi
di tristezza: perciò divenne la mia passione incorreggibile. Ancora
sento la voce di mia madre che sull’uscio di casa mi sgridava
“vaniddraru, torna dentro”, oppure “la vaneddra ti chiama”. Aveva
ragione, ma non sapeva che il suo rimprovero era il vangelo capovolto
della mia salvezza.
L’importante era
stare all’aperto assieme agli altri, e poco o nulla contava che
l’occasione fosse data dalla recita del rosario nelle sere estive o
dal sadico inseguimento dei cani randagi in amore.
La recita del rosario
di uomini e donne seduti in semicerchio davanti agli usci o sulle
scale esterne delle case era l’espressione più consueta dell’identità
corale della vaneddra. Ci si accomodava ( noi ragazzi sulla nuda
terra, quando non fruivamo del lusso di qualche sacco di iuta ) e,
prima di cominciare, nell’attesa che arrivassero i ritardatari, si
faceva una specie di diario collettivo, dove ognuno raccontava le cose
“straordinarie” capitategli durante la giornata. E là nessuno si
azzardava a spingersi tra le malevolenze dello sparlittìo, perché si
era in numero compromettente per simili piaceri e, soprattutto, perché
le pie intenzioni che motivavano la riunione, col loro riflesso di
sanzione soprannaturale, rendevano gli animi buoni e santi, come
durante i temporali di biblica violenza, quando le madri di famiglia
stendevano la figliolanza sul letto grande.
Aggregando la mia
voce al coro lamentoso, ripetevo “ Santa Maria, madre di Dio, prega
per noi peccatori…”, ma era un puro automatismo labiale, dietro il
quale, di vero c’era soltanto l’ansia di arrivare alla fine della
litania, perché, allora, gli anziani si sarebbero messi a rievocare i
fatti e gli uomini del tempo antico.
Più che un concetto
temporale, il “tempo antico” era per un luccicante universo formato
dalla successione di quei fenomeni che io avrei voluto vedere di
persona: apparizioni luminose, incontri con animali sconosciuti,
marenghi d’oro che piovevano dalle crepe di un muro, genitori defunti
che si recavano dai figli per avvertirli di qualche pericolo
imminente. I vecchi parlavano di quegli eventi come se dicessero della
pioggia o delle bestie: sapevano renderli concretamente familiari con
l’abitudine che avevano di legarli in un modo o nell’altro alla
vaneddra. “Vedete la casa dove ora sta Michele” cominciavano “ là,
un tempo abitava la buonanima di Filippo Scimè”, e, dopo questo
regolare preambolo, si snodava il fatto che perpetuava il nome di
Scimè nella memoria dei suoi posteri e nell’aria calda della sera
impregnata di sentori di stalla e di basilico.
Fu in una di quelle
serate che venni a sapere perché il cortile in fondo alla vaneddra era
noto come “lu curtigliu di la dannata”. Dal suo interno, per una
scala di gesso muschioso, si accedeva a una camera che, a sua volta si
affacciava sulla vaneddra con un angusto balconcino così traboccante
di garofani che faceva paura passarci sotto, perché pareva sul punto
di cedere all’eccessivo peso.
Chissà quanto tempo
addietro, in quella camera aveva vissuto una donna che si chiamava
Marianna Zucchetto. Il marito era emigrato in America con la solita
speranza dei poveri, che è quella di tornare tanto ricchi da comprarsi
una chiusa di terreno. E intanto mandava soldi a lei, alla moglie che,
invece di custodirli, li andava scialando con un prete. Quando, dopo
dodici anni, rientrò dall’America, trovò la porta chiusa. Bussò,
chiese della moglie ai vicini, attese, finché con una scala a pioli
salì sul balconcino ed entrò in casa: trovò la moglie impiccata alla
trave del tetto e una lettera sul tavolo scritta da lei prima di
morire, per spiegargli che di tutto il denaro inviatole in quegli anni
non restava neanche un soldo. Diceva che i suoi peccati non
ammettevano perdono e lapidariamente chiudeva la lettera così: “ Entra
all’inferno Zucchetto Marianna”
“La disgraziata era
istruita”, diceva mia nonna materna, che l’aveva conosciuta,
intendendo “disgraziata” per moralmente laida, e “istruita” come
attributo demoniaco. E la sua opinione era l’unanime opinione della
vaneddra, che non sapeva ricordare il nome di Marianna, se non chiuso
in quella sua ultima frase, che in realtà nascondeva un desiderio di
espiazione così grande da accecare ogni istinto di salvezza. Ma in
quel mondo esistevano peccati o trasgressioni che la stessa eternità
non era sufficiente a cancellare: una donna che “sbagliava”
comprometteva per più generazioni le donne di tutta la famiglia. Di
quella logica tribale Marianna era stata martire paradossale e
misconosciuta, giacché, incapace di essere all’altezza del suo peccato
fino alla fine, l’aveva ferocemente riconfermata nel suo gesto
autopunitivo.
Miluzza, invece, era
sta sul punto di esserne la vittima. La ricordo, intravista attraverso
la porta semichiusa, china sulla bocca del focolare intenta a soffiare
sulla legna che prendeva tempo ad accendersi. Pur avendo superato
l’età da marito, viveva ancora nella casa natale con i genitori. Da
certi discorsi, fatti sottovoce in luoghi ritirati dagli adulti,
avevo raccolto che il suo zitellaggio era dovuto a mancanza di
partiti. “Per colpa di quella sporcata”, sentivo dire, con allusione a
una sua zia che, metaforicamente parlando, aveva preparato il caffé a
un tale malandrino, che, a cose fatte,si era assunto l’impegno di
imporre al marito cornificato silenzio e rispetto per la moglie
cornificatrice. Ora, tutti erano concordi nel riconoscere in Miluzza
una ragazza d’oro, “ ma intanto, ognuno… Dio ce ne scansi e liberi”,
cioè dall’andare a cadere in mezzo alle corna.
Ma poiché non resta
grano a mietere né femmine a maritare, dice un proverbio, anche per
Miluzza arrivò il giorno in cui cessò di sospirare, illanguidendo
dietro l’uscio, a spiare i giovanottoni che passavano, ora a piedi
incravattati, ora sui muli in tenuta di campagna. Una mattina di
buonora la madre di Miluzza si fece il giro dei vicini porta per
porta: “Abbiamo Miluzza zita”. “Con chi ?” “ Con un borgese ricco di
Campobello”.
“Prosita ! Cu si
marita nni la so vaneddra bivi nni lu bicchieri”, chi si sposa nella
sua vaneddra beve nel bicchiere, si era complimentato una volta mio
padre con un giovane che stava per sposare la sua vicina; e bere nel
bicchiere significava non solo accostare, lui solo, le labbra all’orlo
del bicchiere, ma anche vedere con i propri occhi la cristallina
qualità dell’acqua. Appena intesi che il fidanzato di Miluzza veniva
addirittura da un paese vicino, non potei fare a ameno di ricordarmi
del bicchiere. Dove beveva questo campobellese ? E ragionavo: se la
propria vaneddra è il bicchiere, il proprio quartiere sarà la
bottiglia, il proprio paese la quartara, un altro paese sarà la pompa
o l’abbeveratoio.
E tutto questo, mi
dicevo, sol perché una zia di Miluzza se l’era intesa con un
malandrino. Ma per l’appunto che quello era un malandrino, che colpa
ne poteva avere la scintina? Come si fa a sottrarsi ai capricci di
uno che non sai come la pensa?
Ma l’anima della
vaneddra non condivideva quei dubbi e quei pensieri; e tanto meno le
donne, i cui discorsi, che si scambiavano tra loro sugli usci delle
case, costituivano la fonte autentica e permanente delle informazioni
da cui si lievitavano i miei ragionamenti.
“La porta di rapi
sempri di la banna d’intra”, la porta s’apre sempre dall’interno,
argomentavano per significare che nei rapporti clandestini la colpa
decisiva è sempre della donna. “ L’uomo può bussare quanto vuole, se
la donna non gli apre dal di dentro…” Chiuse nella passiva
accettazione di una condizione le cui radici si perdevano nel tempo,
non avevano ancora scoperto l’inferno o la magia che fa del mondo un
fluido concetto da plasmare a somiglianza dei propri desideri. Con
quella spicciola metafora della porta che si apre solo da di dentro
perpetuavano ancora il mito della mela e del serpente, ma soprattutto,
e specialmente per quello che per me contava, lasciavano il malandrino
seduttore indenne da ogni responsabilità per l’accaduto.
Nessuno osava
disapprovare quello che un malandrino combinava. Lo si accettava con
la sorda rassegnazione con cui si guarda a una calamità della natura o
si soppesa la disgrazia nella trama di un destino. E questo mi fu
chiaro in tutta la sua agghiacciante evidenza quando spararono a
Caliddru lu crapraru.
Caliddru, per via
delle capre che teneva in una delle tante stalle insinuate tra le
abitazioni, era una presenza animatrice e familiare nella vaneddra. Si
alzava la mattina presto come tutti gli altri uomini, ma non partiva
come quelli con asini con muli e con giumente e con cani e con
carretti alla volta delle contrade che circondavano il paese. Lui
restava, e cominciava la sua giornata col pulire la stalla sotto la
fioca luce di una lampadina intorbidita dallo strato puntiforme
lasciato dalla mosche. Poi mungeva le capre, e, quindi, con un bidone
bianco di alluminio e le misure, andava a distribuire il latte
bussando alle porte del quartiere ancora mezzo addormentato. Nella
tarda mattinata spingeva il piccolo gregge fuori paese, verso la
campagna a pascolare.
Caliddru era giovane,
allegro, parlava con tutti. Non incontrava persona a cui non avesse
una frase scherzosa da dedicare o un saluto caloroso da rivolgere.
Alle capre aveva dato nomi di donne, c’erano Maricchia, Caluzzeddra,
Mariannina, Maddalena e noi ragazzi, quando attraversavano la vaneddra
empiendola di lezzo e cospargendola di ceci neri, ci divertivamo a
riconoscerle e a chiamarle con quei nomi; mentre le massaie, dal canto
loro, col manico della scopa si adoperavano a farle transitare il più
lontano possibile dagli usci.
Con le belle giornate
in primavera ci recavamo sulla cima di una collinetta , a ridosso
delle ultime case del paese, ad avviare gli aquiloni. Spesso lì vicino
trovavamo Caliddru che pasceva le sue capre, e certe volte, mentre le
bestie se ne stavano tranquille a brucare l’erba d’orzo o a riposare,
lui si univa a noi e con la sua destrezza di adulto ci aiutava a
manovrare il filo per far prendere quota all’ aquilone.
Caliddru fu trovato
morto sulla strada dietro il camposanto, all’alba di un giorno
d’inizio primavera. I contadini che andavano a zappare furono i primi
a imbattersi nel suo corpo senza vita riverso sulla polvere e sul
sangue.
Ricordo che quel
giorno coincise con la mia prima gita scolastica e, già all’ora in cui
mi avviai a scuola per la partenza, nella vaneddra non si parlava
d’altro. Le donne nella penombra dei dammusi a bassa voce si
aggiornavano tra loro sui dettagli del fatto, da quando s’era udito il
pianto urlato della zà Vicenza, la vecchia madre che appena avvertita
s’era precipitata verso il luogo del rinvenimento, tenuta a braccetto
da due parenti che cercavano con forza e con parole di contenerne la
convulsa agitazione.
Arrivai a scuola. Gli
autobus erano lì, davanti al portone pronti ad accogliere i gitanti.
Partimmo e fu una giornata di scoperte. Vidi il mare per la prima
volta, la valle dei templi, la chiesa di san Nicola, la
Cattedrale…Ascoltavo quanto ci veniva spiegato dagli insegnanti, ma il
pensiero di Caliddru morto ammazzato si posava come un’ombra luttuosa
sulle nozioni di storia e sul paesaggio, imponendosi comunque come
l’evento più importante di quel giorno. “Vedete com’è bella la nostra
terra, vedete quanti popoli ce l’hanno invidiata e contesa” ci
ripeteva, intanto, con zelo pedagogico uno dei maestri più bravi e
intraprendenti nell’assumere il ruolo di guida turistica.
L’indomani la maestra
tra i compiti per casa ci assegnò una relazione su “Scoperte e
impressioni di una gita scolastica”. Il mio componimento risultò il
migliore e lo lesse alla classe, facendo notare come mi fossi
soffermato a parlare di tutti i luoghi e i monumenti visitati, al
contrario degli altri elaborati che ne consideravano solo alcuni.
“Dove eravate voi con la testa, mentre il vostro compagno stava
attendo a tutto?” Quell’elogio inaspettato mi sorprese. Tanto più che
ricordavo di non essere stato poi così attento come diceva la maestra.
E avrei quasi voluto confessarlo. Dire in classe che per tutto il
tempo di quel giorno avevo pensato alla morte del mio vicino capraio.
Alla morte di Caliddru, che non avrei più visto.
Non si seppe mai da
chi e perché Caliddru fu ammazzato, anche se nella vaneddra si
lasciava capire che quell’omicidio era affare di malandrini. Verità
che tutti dovevano sapere e nessuno doveva dire. Nei giorni che
seguirono l’assassinio, ogni volta che sentivo qualcuno fargli
allusione o comunque parlarne in qualche modo ne registravo le parole
con insospettato batticuore e poi per conto mio ci ragionavo sopra e
costruivo la mia segreta concezione del mondo. “Certo” dicevano taluni
” non si ammazza un cristiano per niente: se gli hanno sparato vuol
dire che qualcosa aveva fatto”. Questa specie di lapidario commento a
quella morte che non aveva niente di cristiano, lentamente sedimentava
nel mio spirito, e a tratti si imponeva con una forza ipnotica che
paralizzava ogni facoltà di sentimento e di pensiero per lasciare
pieno campo a una sorta di terrore silenzioso.
“Ecco “ pensavo “è
come la zia di Miluzza: i malandrini hanno sempre ragione e il torto è
sempre degli altri. Possibile che fanno solo male e non sono mai
colpevoli di niente?” Questa constatazione me li faceva detestare
ancora di più, anche se non ne conoscevo neanche uno. Se mi azzardavo
a chiedere chi fossero costoro, venivo severamente zittito col
preoccupato ammonimento che quelle erano cose che non mi riguardavano,
che dovevo pensare a farmi i fatti miei… Ma dove sentivo certi
discorsi? Anche il nonno, sebbene mantenendo inalterata la
considerazione che mi usava nel parlarmi, un giorno mi aveva risposto
“Ma tu, gioia, non hai bisogno di sapere chi sono i malandrini”
“Perché?” “Perché i malandrini sono persone che è meglio non
conoscere.”
Le sole voci discordi
in quel coro di silenzi che si addensava sulla compagine del
malandrinato erano quelle dei comunisti. La loro franchezza di
linguaggio, non intervallata da improvvisi abbassamenti di tono nei
discorsi, sembrava venir fuori da un’anima spartana e non adusa a
mettere in conto morte e la paura.
Così erano
Micalangilu e Maruzza, marito e moglie, a ragione, ritenuti accaniti
comunisti. Abitavano in una delle case più povere di tutta la
vaneddra: un vano a pianterreno, senz’altra apertura che l’ingresso e
la cui cupa atmosfera di tugurio non riusciva ad essere lenita
dall’amore che Maruzza vi profondeva col tenere sempre pulito il
pavimento di creta e in bell’ordine l’arredo, miserabile e limitato
appena all’essenziale: un letto, un tavolo addossato al muro, un comò,
poche sedie. “Noi non siamo malandrini e manco ci scantiamo dei
malandrini” “Noi siamo malandrini solamente con il pane e il coltello
lo usiamo solo per tagliarlo” queste e simili frasi sentivo
pronunciare a Maruzza, quasi con tono di proclama, nel conversare con
le altre donne del vicinato. E mi accorgevo che quando la metteva in
politica con lastime e corna sui proprietari caini e sui capitalisti
sanguisughe, proprio perché comunista, non veniva presa sul serio. Mia
madre alle sue spalle non poteva trattenersi dal ripetere e commentare
ironicamente le parole intese da lei poco prima. “Certo, malandrini
solo col pane! Però suo marito il giorno dorme e la notte veglia.”
Alludendo non tanto alle dormite diurne di Micalangilu, che in verità
andava a sgobbare a giornata per poche centinaia di lire, quando alle
sue frequenti scorrerie notturne nelle campagne, dove, si diceva,
andasse rubando frutta spighe olive mandorle e quant’altro necessario
per campare.
Di Micalangilu mio
padre raccontava che una volta, dovendo tenere a battesimo il
primogenito d’un suo compare, l’arciprete, sapendo della sua fede
comunista, se l’era chiamato in disparte facendogli presente che per
fare da padrino bisognava essere cattolici. “Ma tu, sei cattolico?” E
lui, mezzo risentito del dubbio sollevato, aveva risposto
affermativamente esclamando “Porca l’ostia, se sono cattolico!”
Se sui malandrini in
casa non mi si permetteva di porre domande, sui comunisti, viceversa,
appena affiorava un accenno di curiosità veniva prontamente travolto
da profluvi di risposte, chiarimenti, spiegazioni, consigli,
ammonimenti e perfino profezie, specialmente da mia nonna, che di
tempo in famiglia ne aveva più di tutti e lo trascorreva in gran parte
nella sua stanza assorta a bisbigliare avemarie e padrenostri. Da lei
avevo appreso che bisognava vigilare e pregare la Madonna della Catena
per scongiurare l’arrivo dalla Russia di orde di comunisti pronti ad
entrare a cavallo dentro il Vaticano, a trasformare le chiese in sale
da ballo e a mandare i sacerdoti a zappare.
Le informazioni che
mi venivano date talvolta mi turbavano per giorni e non perché
temessi le crudeltà a cui si sarebbero lasciati andare i comunisti una
volta al potere, come diceva mia nonna, ma perché restavo ugualmente
affascinato dai comizi che venivano a fare nel quartiere. Mi
rallegravano le bandiere rosse che rompevano il grigiore e la
monotonia di tutti i giorni e soprattutto mi si riempiva il petto
d’emozione a sentire le note di Bandiera Rossa che dagli
altoparlanti a tutto volume inondavano la vaneddra. L’insanabile
contrasto tra la dottrina di mia nonna e la simpatia per i comunisti
mi impensieriva; ma col tempo credetti di sciogliere il dilemma
pregando segretamente in chiesa per la loro conversione. Tanto più che
me li sentivo alleati nella insofferenza per i malandrini e per tutto
quel misterioso silenzio che proteggeva le loro malefatte. Un giorno,
in campagna elettorale, passarono distribuendo dei volantini su cui
c’era scritto LA D.C. PARTITO DELLA MAFIA. Corsi nella stanza
di mia nonna: “Ecco il partito che tu difendi.” Babbu!” mi apostrofò.
“Questa è tutta propaganda che vanno facendo per imbrogliare la
gente”.
Dell’odio per il
clero e del modo tutto loro che i comunisti avevano d’intendere la
figura di Gesù Cristo ne avevo riscontro nei discorsi che faceva
Firrigno, il venditore di limoni poeta che di tanto in tanto spuntava
nella vaneddra spingendo una carriola piena della sua unica mercanzia,
con sopra adagiata una bilancia di rame. “Lumie, chi vuole lumie”
gridava con voce stridula e priva di vigore. Era un uomo sui cinquant’anni,
un po’ gracile e bassino; qualcuno diceva fosse malato da una vita.
Prima faceva il fruttivendolo con mulo e carretto, portava per i
quartieri del paese tanti tipi di frutta. Poi, volendo migliorare la
propria condizione, assieme ad altri aveva deciso di partire
clandestino per la Francia e così aveva venduto mulo e carretto. Ma
alla frontiera era stato scoperto, arrestato e rimpatriato.
Ritornato in paese, e sfumati nell’infelice avventura i soldi della
vendita del mulo e del carretto, si era messo a fare il fruttivendolo
con la carriola.
Quando lo sentivamo
arrivare col suo inconfondibile grido, noi ragazzi gli andavamo
incontro, e sciamandogli intorno lo sollecitavamo: “Zi’ Firrì, una
poesia.” “Andate a giocare, oggi non ce n’è poesie”, ci licenziava
mentre attendeva clienti . Ma dopo aver servito qualche donna che
veniva a comprare le sue lumie sempre tirando sul prezzo e sempre
trovando da ridire sul peso, cacciava fuori trinciato forte e cartine,
si arrotolava una sigaretta e quando meno ce lo aspettavamo attaccava:
Cristo girava per la
propaganda
dopo d’aver creata la
natura
i preti riunirono una
banda
e loro gli hanno
fatta la congiura.
”Mandiamo a morte
costui che comanda,
che non porta
l’eguaglianza addirittura.”
L’hanno condotto
sulla croce santa
dove gli hanno fatto
la tortura.
A causa del suo
intrattenerci non solo con le poesie ma anche con discorsi in cui
facevano bella mostra di sé parole come progresso uguaglianza
giustizia, Firrigno non era ben visto da quelle madri che non
condividevano il suo anticlericalismo e prevedevano che morendo se ne
sarebbe andato all’inferno con tutte le scarpe, cioè così com’era,
senza salvare nulla , come chi si mette a letto senza togliersi
neanche le scarpe. E siccome era così abile nei ragionamenti che ad
attaccar briga con lui su Dio e sui preti si usciva sempre soccombenti
sotto l’incalzare calmo e divertito dei suoi esempi azzeccati e delle
sue frasi incisive, allora si diceva che ne sapeva più del diavolo e
“Quando passa di qua cerca di non dargli conto” mi ammoniva mia madre.
Mio padre, invece, con quel suo solito pragmatismo sbrigativo, diceva
che il diavolo era troppo serio per essere compagno di Firrigno, che
Firrigno era un asino, un asino che non aveva saputo sfruttare la sua
intelligenza, lasciando così capire come per lui non mettere a
materiale profitto l’intelligenza era un grave peccato di stupidità. E
tirava fuori i nomi di tanti ex morti di fame, che con meno istruzione
di Firrigno, però stando dalla parte giusta, nella Democrazia
Cristiana, erano riusciti a ottenere un posto dal quale ora magari
facevano soperchierie agli altri.
Il posto, di
preferenza pubblico, stava in cima alle aspirazioni di quanti
lavoravano in campagna. Era l’abracadabra che faceva sognare con la
sua promessa di redenzione dallo stare esposti al sole cocente
dell’estate o al ventoneve di lunghi inverni. Nel suo magico concetto
si focalizzavano le tre condizioni di una vita senza pensieri: stare
al riparo sotto le tegole, non alzarsi presto la mattina e aver
certezza di stipendio a fine mese. Chi riusciva a realizzare quel
sogno, elementare e straordinario nel contempo, saliva subito nella
considerazione di tutta la vaneddra. Vicio Calì inteso Brillantina
c’era riuscito. Aveva fatto propaganda nella squadra elettorale di un
onorevole democristiano, che ad elezione avvenuta l’aveva sistemato in
un ufficio dove non si sapeva o non si capiva cosa facesse di preciso,
ma se la passava da dio. Quando parlava del suo nuovo stato stendeva
le palme delle mani mostrando come fossero ormai scomparsi i segni
deturpanti delle fatiche agricole. E con occhi luccicanti di gioia
furbastra profferiva la fatidica frase “Nenti fazzu”, niente faccio,
come prova incontrovertibile della sua fortuna, ma soprattutto come
suggello della sua abilità di uomo che sa come va preso il mondo.
Quello che
Brillantina esprimeva era la verità profonda di tutta la vaneddra. Il
possedere pochi tumoli di terra, pur non liberando da una blanda
povertà che non faceva morire di fame ma neanche vivere comodi, era
alla radice di un orgoglio tanto tenace quanto immotivato. La terra
aveva un effetto omeopatico nella testa di chi la possedeva. Ne
bastava poca per infondergli atteggiamenti e comportamenti che
nell’immaginario contadino erano legati allo status del proprietario
terriero : vantarsi di non dipendere da nessuno, andare ripetendo che
ringraziando a Dio si stava bene, sentirsi rincuorati da un segreto
disprezzo nei confronti di chi “la terra lu ittà e lu celu l’arriparà”,
la terra lo ha gettato e il cielo l’ha riparato, cioè di chi era nato
privo di risorse. Ed essere riparati dal cielo , sotto
l’evidente ironia della parola, significava trovarsi in balia delle
intemperie della natura e della storia.
Nel posto pubblico
c’era il vantaggio di non avere a che fare con un padrone in carne e
ossa e questo accendeva fierezza e vanto di non fare niente
percependo ugualmente lo stipendio. Lavorare “sutta d’antru”, sotto
l’altrui comando,invece, implicava un greve marchio di servilismo che
toglieva prestigio e dignità. E se le circostanze della vita lo
rendevano proprio necessario, allora il concetto veniva chiosato da
opportune precisazioni, addolcito con descrizioni di un rapporto
confidenziale e quasi paritario col padrone. Quando l’emigrazione
all’estero raggiunse tutto il mondo contadino risucchiando anche
figli di burgisi (coltivatori diretti ritenuti benestanti),
sollecitò quel modo di pensare rendendolo fecondo di tutta
un’aneddotica che a ricordarla adesso mi appare surreale e penosa.
Diego
Guadagnino