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Elena La Rocca

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Piante d’Europa

Arrivi vecchi e nuovi

(Pubblicato su "Strumenti CRES", n° 43, luglio/agosto 2006)

 

Capita viaggiando in Italia, e non solo, di notare sulle vetrine vistosi cartelli promozionali che propongono “prodotti nostrani”, “carne nostrana”, o come si dice in alcune zone “nostrale”, come se il nostro prodotto dovesse essere di sua natura migliore, non solo più fresco, ma  più garantito, onesto, genuino. A questa sensazione si accompagna l’idea quasi inconscia che la natura che ci circonda, la nostra natura, sia stata sempre uguale a se stessa, priva di contaminazioni, innesti, apporti estranei, ma se ci  guardiamo intorno con occhio critico ci rendiamo conto che le cose non stanno in questi termini: non solo il nostro prodotto può essere contraffatto (ci sono anche i disonesti nostrani) ma anche la natura che ci circonda è cambiata nel tempo. Se un greco antico sbarcasse di nuovo sulle coste della Sicilia, potrebbe riconoscere le rovine dei templi di Agrigento, l’antica Akragas che forse ha contribuito a costruire, e potrebbe meditare sul tempo che passa, e distrugge le opere degli uomini, e “involve / tutte cose l’oblio nella sua notte” mentre “sta natura ognor verde”:

Eppure proprio la natura gli riserverebbe grosse sorprese: i fichi d’India che amiamo fotografare come caratteristica specifica del paesaggio mediterraneo, in effetti sono inquilini recenti, arrivati in Europa dopo la scoperta dell’America, un po’ più antichi gli alberi d’arancio portati dagli Arabi nel 1300, appena arrivati gli eucaliptus che vicino ad Agrigento costituiscono fasce di bosco di vaste dimensione. Questa strana pianta portata dall’Australia nell’800, ha cominciato a diffondersi in Italia nella seconda metà del secolo, quando i monaci Trappisti dell’Abbazia delle Tre Fontane a Roma iniziarono a coltivarla (1869). Si pensava che il profumo dell’eucalyptus purificasse l’aria  impedendo così la diffusione della malaria, tanto che il Governo fece pressione per favorirne la coltivazione soprattutto nell’Agro Romano; in effetti sappiamo che tra i monaci delle Tre Fontane l’incidenza della malattia tra il 1869 e il 1874 è diminuita, ma la regressione probabilmente va attribuita al fatto che queste piante assorbono l’acqua stagnante bonificando il terreno. In ogni modo, prima del 1869 in Italia erano presenti solo alcuni esemplari negli orti botanici, come l’Orto botanico di Napoli, o in alcune ville patrizie, per cui molto probabilmente Tomasi di Lampedusa  sbaglia quando nel Gattopardo, descrivendo il viaggio della famiglia Salina verso Donnafugata (agosto 1860), fa apparire sulla strada degli eucaliptus, presentati col grido festoso: “Gli alberi! Ci sono gli alberi!:……….Gli alberi , a dir il vero, erano soltanto tre ed erano degli eucaliptus, i più sbilenchi figli di Madre Natura. Ma erano anche i primi che si avvistassero da quanto, alle sei del mattino, la famiglia Salina aveva lasciato Bisacquino.” (Il Gattopardo, Capitolo II)

Forse il nostro ipotetico greco non riconoscerebbe nemmeno le pesche, che probabilmente sono state portate  da Alessandro Magno dopo la spedizione in Persia, e men che mai l’ailanto (la pianta del Paradiso) ormai diffuso in tutta l’Italia centro meridionale, ma arrivato dall’Estremo Oriente solo nel 1760. Si tratta di una specie molto resistente che può diventare una grave minaccia per la vegetazione locale come è successo per esempio nella riserva naturale dell’isola di Montecristo.

Il fatto è che quello che a noi sembra il tipico paesaggio mediterraneo, non è un dato fisso ab origine, una Minerva nata adulta ed armata dalla testa di Giove, ma il frutto di un combinarsi di elementi e sovrapposizioni stratificatesi nel corso del tempo. Naturalmente lo stesso concetto vale anche per la pianura padana ed in generale per il resto d’Europa, si pensi per esempio ad un albero diffuso e comune come la robinia o “falsa acacia”: questa pianta, di origine americana, è arrivata in Europa all’inizio del XVII secolo, probabilmente inviata a Jean Robin, erborista di Enrico IV re di Francia. E se a volte abbiamo l’impressione che la pianura padana sia un deserto coltivato a mais è bene ricordare che anche il mais è arrivato dopo la scoperta dell’America ed ha fatto molta fatica ad essere accettato come prodotto alimentare, tanto è vero che quel pignolo di Manzoni fa mangiare a Renzo una polenta di grano saraceno.

Lo stesso dicasi per le patate, vari tipi di fagioli, oggi di uso comune, zucche gialle, pomodori e peperoncino; poco più vecchie le melanzane originarie della Cina, portate dagli Arabi dopo il 1440 e diffuse poi dai Carmelitani.

Queste piante alimentari hanno fatto fatica ad affermarsi perché hanno dovuto superare un doppio vaglio, prima quello della coltivazione e poi quello dell’accettazione come cibo, molte di loro infatti in un primo momento sono state coltivate come piante ornamentali e per diventare “cibo” hanno dovuto superare grosse diffidenze: della melanzana per esempio si pensava potesse indurre la pazzia, il pomodoro sembrava velenoso o per lo meno afrodisiaco, la patata una figlia del diavolo, capace addirittura di causare la lebbra (convinzione viva in Francia fino al 1780).

Anche se devo riconoscere che un aiuola bordata di patate o melanzane ornamentali continua ad apparirmi una stranezza, so bene che la stessa pianta è percepita in modo diverso secondo le culture ed i momenti storici, senza andare troppo lontano anni fa’ in Grecia ho scoperto che il basilico non era percepito come un elemento della cucina: praticamente impossibile comperarlo da un fruttivendolo, come chiedere in Italia un rametto di geranio per fare una pastasciutta, in compenso si poteva tranquillamente rubarlo dalle aiuole di una piazza qualsiasi. Persino il riso, arrivato in Europa nel I secolo a.C. è stato a lungo considerato una specie esotica e costosa, quasi un medicinale e ha cominciato a diffondersi realmente solo nel XIV, XV secolo,  un po’ più breve il periodo di attesa degli spinaci che arrivati intorno al 1000 dall’Asia sudoccidentale hanno acquistato importanza nel XVIII, XIX secolo.

In ogni modo queste piante insieme a molte altre sono riuscite a diventare “cibo”, trasformando completamente la nostra tavola. Il mondo latino ci ha lasciato una vasta eredità, ma della sua cucina non è rimasto praticamente niente: non solamente nel corso dei secoli sono arrivate in Italia ed in generale in Europa nuove piante alimentari, ma è proprio cambiata l’impostazione di fondo. Basta leggere le ricette di Apicio (I secolo d.C.) per capire la distanza che ci separa dal mondo classico in fatto di cucina, ne cito una tanto per fare un esempio:

“ Prendere delle rose e sfogliarle.  Togliere il bianco dei petali, gettarlo in un mortaio, bagnarlo con salsa di pesce e manipolare.  Poi aggiungere un mestolo e mezzo di salsa di pesce e colare il sugo con un setaccio. Prendere quattro cervella. Togliere loro i nervi e tritare otto grani di pepe. Bagnare con il sugo e manipolare.  Poi rompere otto uova; unire un mestolo e mezzo di vino, uno di passito e un po’ di olio:  Quindi ungere bene il tegame, metterlo sulla cenere calda e gettarvi sopra il composto suddetto. Quando sia cotto, cospargere di pepe in polvere e servire.”[1]

La “salsa“ (garum) di cui si parla è una miscela di erbe aromatiche, pesci grassi come sardine e sgombri fatti a pezzi, interiora sempre di pesce, abbondante sale; questa miscela veniva lasciata macerare al sole per vari giorni, fino a trasformarsi in un liquido denso.

Apicio trova normale condire con questa salsa quasi tutto: dai pasticci di carne, ai dolci, dai pesci alle verdure, per esempio broccoletti, cetrioli e porri; inoltre fa degli accostamenti lontani dal nostro gusto, che in un certo qual modo è stato molto influenzato dai barbari, infatti sotto la spinta delle popolazioni barbariche si è dato più spazio ad un’alimentazione a base di carne e ai prodotti del saltus, il bosco, l’incolto, a scapito di quelli del campus, d’altra parte già Cesare, nel De bello gallico, aveva osservato che i Germani “non fanno grande uso di frumento, ma vivono per la massima parte di latte e di carne”.

E così abbiamo ereditato più cose dal diritto romano che dalla cucina.

L’elenco proposto non è affatto esauriente (manca persino il tabacco!), inoltre non bisogna dimenticare che il processo continua come dimostrano gli importanti arrivi dell’ultimo secolo: il nespolo, i cachi ed il kiwi. Si pensi che il nespolo, importato come pianta ornamentale ha sostituito nella percezione comune il vecchio nespolo, che matura in autunno, noto ai Romani e ai nostri nonni.

Se il passato è stato fluido, ricco di scambi e contaminazioni, non si può pensare che il presente e il futuro rimangano congelati, realtà ibernate nel culto dell’identità e dell’appartenenza. L’identità non è sottrazione: “sono questo e nient’altro, scelgo di essere questo e nient’altro”, ma somma, la somma di tutto il passato che confluisce in me e  in questa “natura” che mi circonda.

 

Curiosità…..botaniche

Il botanico russo Nicolaj Ivanovic Vavilov ha compilato una lista dei più importanti vegetali coltivati dall’uomo: su un totale di circa 640 circa 500 appartengono al Vecchio Mondo e grosso modo 100 al Nuovo. Tra le culture alimentari più preziose del Nuovo Mondo ricordiamo: mais, fagioli vari, arachidi patata, patata dolce, manioca, melone, zucca gialla, papaia, guaiana, avocado, ananas, pomodoro, peperoncino del Cole, cacao. Tra i generi non alimentari tabacco, caucciù ed alcune specie di cotone.   Secondo i botanici sono tutte piante di origine americana, affermazione confermata dai filologi dato che quasi tutte queste piante hanno nomi di origine indiana[2].

 

….e filologiche

Kiwi:  dal nome dell’uccello tipico della Nuova Zelanda, il kiwi appunto che ha piume sottili, lungo becco e non può volare. In effetti la pianta del kiwi (Actinidia Chinensis), originaria della Cina, è arrivata solo all’inizio del 1900 in Nuova Zelanda dove ha trovato un ambiente favorevole. Il frutto venne quindi prodotto in grande quantità ed esportato, da qui il nome, che condivide con la valuta locale e la Nazionale di Calcio.

Mais: da “maiz” di lingua araucana, popolazione amerindia del Cile

Melanzana:  dall’arabo “badindgian”, attraverso lo spagnolo “berengéna”, accostato per falsa etimologia popolare a “mela” o “mela insana”.

Patata: dal vocabolo caraibico “batata” che indica la patata dolce.

Pomodoro: probabilmente il nome deriva dalla convinzione che avesse poteri afrodisiaci tanto è vero che una volta si chiamava pomme d’amour in francese, love apple in inglese, libes apfel in tedesco.  Mentre la forma attuale francese “tomate”, inglese “tomato” ecc. derivano dall’azteco “tomati”

Spinacio: dal persiano “aspanahk”, incrociato con spina, forse in riferimento alla forma del seme.[3]

 

Bibliografia

Alfred W. Crosby, Lo scambio colombiano, Einuadi 1992

M. Sentieri – G. Zazzu, I semi dell’Eldorado, Edizioni Dedalo 1992

Edward Hyams,  E l’uomo creò le sue piante e i suoi animali, Mondadori 1973


 

[1] Trad. da Apicio, De re coquinaria, liber IV, Patina de rosis

[2] Vavilov, N. I., The Origin, Variation, Immunity and Breeding of Cultivated Plants, New York 1951, pp. 39-43