Capita
viaggiando in Italia, e non solo, di notare sulle vetrine
vistosi cartelli promozionali che propongono “prodotti
nostrani”, “carne nostrana”, o come si dice in alcune zone
“nostrale”, come se il nostro prodotto
dovesse essere di sua natura migliore, non solo più fresco,
ma più garantito, onesto, genuino. A questa sensazione si
accompagna l’idea quasi inconscia che la natura che ci circonda,
la nostra natura, sia stata sempre uguale a se stessa, priva di
contaminazioni, innesti, apporti estranei, ma se ci guardiamo
intorno con occhio critico ci rendiamo conto che le cose non
stanno in questi termini: non solo il nostro prodotto può essere
contraffatto (ci sono anche i disonesti nostrani) ma anche la
natura che ci circonda è cambiata nel tempo. Se un greco antico
sbarcasse di nuovo sulle coste della Sicilia, potrebbe
riconoscere le rovine dei templi di Agrigento, l’antica Akragas
che forse ha contribuito a costruire, e potrebbe meditare sul
tempo che passa, e distrugge le opere degli uomini, e “involve /
tutte cose l’oblio nella sua notte” mentre “sta natura ognor
verde”:
Eppure proprio
la natura gli riserverebbe grosse sorprese: i fichi d’India che
amiamo fotografare come caratteristica specifica del paesaggio
mediterraneo, in effetti sono inquilini recenti, arrivati in
Europa dopo la scoperta dell’America, un po’ più antichi gli
alberi d’arancio portati dagli Arabi nel 1300, appena arrivati
gli eucaliptus che vicino ad Agrigento costituiscono fasce di
bosco di vaste dimensione. Questa strana pianta portata
dall’Australia nell’800, ha cominciato a diffondersi in Italia
nella seconda metà del secolo, quando i monaci Trappisti
dell’Abbazia delle Tre Fontane a Roma iniziarono a coltivarla
(1869). Si pensava che il profumo dell’eucalyptus purificasse
l’aria impedendo così la diffusione della malaria, tanto che il
Governo fece pressione per favorirne la coltivazione soprattutto
nell’Agro Romano; in effetti sappiamo che tra i monaci delle Tre
Fontane l’incidenza della malattia tra il 1869 e il 1874 è
diminuita, ma la regressione probabilmente va attribuita al
fatto che queste piante assorbono l’acqua stagnante bonificando
il terreno. In ogni modo, prima del 1869 in Italia erano
presenti solo alcuni esemplari negli orti botanici, come l’Orto
botanico di Napoli, o in alcune ville patrizie, per cui molto
probabilmente Tomasi di Lampedusa sbaglia quando nel
Gattopardo, descrivendo il viaggio della famiglia Salina verso
Donnafugata (agosto 1860), fa apparire sulla strada degli
eucaliptus, presentati col grido festoso: “Gli alberi! Ci sono
gli alberi!:……….Gli alberi , a dir il vero, erano soltanto tre
ed erano degli eucaliptus, i più sbilenchi figli di Madre
Natura. Ma erano anche i primi che si avvistassero da quanto,
alle sei del mattino, la famiglia Salina aveva lasciato
Bisacquino.” (Il Gattopardo, Capitolo II)
Forse il nostro
ipotetico greco non riconoscerebbe nemmeno le pesche, che
probabilmente sono state portate da Alessandro Magno dopo la
spedizione in Persia, e men che mai l’ailanto (la pianta del
Paradiso) ormai diffuso in tutta l’Italia centro meridionale, ma
arrivato dall’Estremo Oriente solo nel 1760. Si tratta di una
specie molto resistente che può diventare una grave minaccia per
la vegetazione locale come è successo per esempio nella riserva
naturale dell’isola di Montecristo.
Il fatto è che
quello che a noi sembra il tipico paesaggio mediterraneo, non è
un dato fisso ab origine, una Minerva nata adulta ed
armata dalla testa di Giove, ma il frutto di un combinarsi di
elementi e sovrapposizioni stratificatesi nel corso del tempo.
Naturalmente lo stesso concetto vale anche per la pianura padana
ed in generale per il resto d’Europa, si pensi per esempio ad un
albero diffuso e comune come la robinia o “falsa acacia”:
questa pianta, di origine americana, è arrivata in Europa
all’inizio del XVII secolo, probabilmente inviata a Jean Robin,
erborista di Enrico IV re di Francia. E se a volte abbiamo
l’impressione che la pianura padana sia un deserto coltivato a
mais è bene ricordare che anche il mais è arrivato dopo la
scoperta dell’America ed ha fatto molta fatica ad essere
accettato come prodotto alimentare, tanto è vero che quel
pignolo di Manzoni fa mangiare a Renzo una polenta di grano
saraceno.
Lo stesso dicasi
per le patate, vari tipi di fagioli, oggi di uso comune, zucche
gialle, pomodori e peperoncino; poco più vecchie le melanzane
originarie della Cina, portate dagli Arabi dopo il 1440 e
diffuse poi dai Carmelitani.
Queste piante
alimentari hanno fatto fatica ad affermarsi perché hanno dovuto
superare un doppio vaglio, prima quello della coltivazione e poi
quello dell’accettazione come cibo, molte di loro infatti in un
primo momento sono state coltivate come piante ornamentali e per
diventare “cibo” hanno dovuto superare grosse diffidenze: della
melanzana per esempio si pensava potesse indurre la pazzia, il
pomodoro sembrava velenoso o per lo meno afrodisiaco, la patata
una figlia del diavolo, capace addirittura di causare la lebbra
(convinzione viva in Francia fino al 1780).
Anche se devo
riconoscere che un aiuola bordata di patate o melanzane
ornamentali continua ad apparirmi una stranezza, so bene che la
stessa pianta è percepita in modo diverso secondo le culture ed
i momenti storici, senza andare troppo lontano anni fa’ in
Grecia ho scoperto che il basilico non era percepito come un
elemento della cucina: praticamente impossibile comperarlo da un
fruttivendolo, come chiedere in Italia un rametto di geranio per
fare una pastasciutta, in compenso si poteva tranquillamente
rubarlo dalle aiuole di una piazza qualsiasi. Persino il riso,
arrivato in Europa nel I secolo a.C. è stato a lungo considerato
una specie esotica e costosa, quasi un medicinale e ha
cominciato a diffondersi realmente solo nel XIV, XV secolo, un
po’ più breve il periodo di attesa degli spinaci che arrivati
intorno al 1000 dall’Asia sudoccidentale hanno acquistato
importanza nel XVIII, XIX secolo.
In ogni modo
queste piante insieme a molte altre sono riuscite a diventare
“cibo”, trasformando completamente la nostra tavola. Il mondo
latino ci ha lasciato una vasta eredità, ma della sua cucina non
è rimasto praticamente niente: non solamente nel corso dei
secoli sono arrivate in Italia ed in generale in Europa nuove
piante alimentari, ma è proprio cambiata l’impostazione di
fondo. Basta leggere le ricette di Apicio (I secolo d.C.) per
capire la distanza che ci separa dal mondo classico in fatto di
cucina, ne cito una tanto per fare un esempio:
“ Prendere delle
rose e sfogliarle. Togliere il bianco dei petali, gettarlo in
un mortaio, bagnarlo con salsa di pesce e manipolare. Poi
aggiungere un mestolo e mezzo di salsa di pesce e colare il sugo
con un setaccio. Prendere quattro cervella. Togliere loro i
nervi e tritare otto grani di pepe. Bagnare con il sugo e
manipolare. Poi rompere otto uova; unire un mestolo e mezzo di
vino, uno di passito e un po’ di olio: Quindi ungere bene il
tegame, metterlo sulla cenere calda e gettarvi sopra il composto
suddetto. Quando sia cotto, cospargere di pepe in polvere e
servire.”
La “salsa“
(garum) di cui si parla è una miscela di erbe aromatiche, pesci
grassi come sardine e sgombri fatti a pezzi, interiora sempre di
pesce, abbondante sale; questa miscela veniva lasciata macerare
al sole per vari giorni, fino a trasformarsi in un liquido
denso.
Apicio trova
normale condire con questa salsa quasi tutto: dai pasticci di
carne, ai dolci, dai pesci alle verdure, per esempio
broccoletti, cetrioli e porri; inoltre fa degli accostamenti
lontani dal nostro gusto, che in un certo qual modo è stato
molto influenzato dai barbari, infatti sotto la spinta delle
popolazioni barbariche si è dato più spazio ad un’alimentazione
a base di carne e ai prodotti del saltus, il bosco, l’incolto, a
scapito di quelli del campus, d’altra parte già Cesare, nel
De bello gallico, aveva osservato che i Germani “non fanno
grande uso di frumento, ma vivono per la massima parte di latte
e di carne”.
E così abbiamo
ereditato più cose dal diritto romano che dalla cucina.
L’elenco
proposto non è affatto esauriente (manca persino il tabacco!),
inoltre non bisogna dimenticare che il processo continua come
dimostrano gli importanti arrivi dell’ultimo secolo: il nespolo,
i cachi ed il kiwi. Si pensi che il nespolo, importato come
pianta ornamentale ha sostituito nella percezione comune il
vecchio nespolo, che matura in autunno, noto ai Romani e ai
nostri nonni.
Se il passato è
stato fluido, ricco di scambi e contaminazioni, non si può
pensare che il presente e il futuro rimangano congelati, realtà
ibernate nel culto dell’identità e dell’appartenenza. L’identità
non è sottrazione: “sono questo e nient’altro, scelgo di essere
questo e nient’altro”, ma somma, la somma di tutto il passato
che confluisce in me e in questa “natura” che mi circonda.
Curiosità…..botaniche
Il botanico
russo Nicolaj Ivanovic Vavilov ha compilato una lista dei più
importanti vegetali coltivati dall’uomo: su un totale di circa
640 circa 500 appartengono al Vecchio Mondo e grosso modo 100 al
Nuovo. Tra le culture alimentari più preziose del Nuovo Mondo
ricordiamo: mais, fagioli vari, arachidi patata, patata dolce,
manioca, melone, zucca gialla, papaia, guaiana, avocado, ananas,
pomodoro, peperoncino del Cole, cacao. Tra i generi non
alimentari tabacco, caucciù ed alcune specie di cotone.
Secondo i botanici sono tutte piante di origine americana,
affermazione confermata dai filologi dato che quasi tutte queste
piante hanno nomi di origine indiana.
….e
filologiche
Kiwi:
dal nome dell’uccello tipico della Nuova Zelanda, il kiwi
appunto che ha piume sottili, lungo becco e non può volare. In
effetti la pianta del kiwi (Actinidia Chinensis), originaria
della Cina, è arrivata solo all’inizio del 1900 in Nuova Zelanda
dove ha trovato un ambiente favorevole. Il frutto venne quindi
prodotto in grande quantità ed esportato, da qui il nome, che
condivide con la valuta locale e la Nazionale di Calcio.
Mais:
da “maiz” di lingua araucana, popolazione amerindia del Cile
Melanzana:
dall’arabo “badindgian”, attraverso lo spagnolo “berengéna”,
accostato per falsa etimologia popolare a “mela” o “mela
insana”.
Patata:
dal vocabolo caraibico “batata” che indica la patata
dolce.
Pomodoro:
probabilmente il nome deriva dalla convinzione che avesse poteri
afrodisiaci tanto è vero che una volta si chiamava
pomme d’amour
in francese, love apple
in inglese, libes apfel
in tedesco. Mentre la forma attuale francese “tomate”, inglese
“tomato” ecc. derivano dall’azteco “tomati”
Spinacio:
dal persiano “aspanahk”, incrociato con spina, forse in
riferimento alla forma del seme.
Bibliografia
Alfred W.
Crosby, Lo scambio colombiano, Einuadi 1992
M. Sentieri – G.
Zazzu, I semi dell’Eldorado, Edizioni Dedalo 1992
Edward Hyams,
E l’uomo creò le sue piante e i suoi animali, Mondadori
1973