HOME

Giuseppe Lanza

Canicattì

 

 

IL PROGETTO LOCALE DI SVILUPPO: UNA STRATEGIA DI SITO E UNA GOVERNANCE DAL BASSO PER ARRESTARE IL DESTINO DI EMARGINAZIONE CULTURALE ED ECONOMICA DEI COMUNI DEL SUD. IL RUOLO DELLA SOCIETÀ CIVILE E DELLA SOCIETÀ POLITICA

di Giuseppe Lanza

 

Le società locali di diverse regioni italiane del centro e del nord hanno reagito agli effetti  della competizione selvaggia innescata dalla globalizzazione mobilitando tutto il corpo sociale per la valorizzazione consapevole del capitale identitario costituito dalle risorse culturali, umane, ambientali ed economiche  del contesto territoriale. La necessità di aderire al proprio reale costituisce l’essenza di una strategia atta a fronteggiare il rischio dell’emarginazione nel mercato globale che  è senza tempo e senza luogo.

Le nostre società locali al riguardo danno segnali flebili, anche quando, come nel caso di Canicattì,  si muove qualche intrapresa  economica (es. la produzione del vino e dell’uva)  si deve registrare la mancanza di un sostegno della società civile e della società politica che sono, peraltro, speculari alle logiche familistiche dell’imprenditoria del settore. Sarebbe opportuno che si attivasse un’opinione pubblica consapevole, un associazionismo meno festaiolo e più civico e consapevole, un’azione di guida e di supporto dell’ente locale per  costruire assieme un progetto locale di sviluppo.

 

1. Il progetto locale

Il progetto locale costituisce lo scenario entro cui ricomporre le diverse rappresentanze di interesse nella valorizzazione e appropriazione sociale del bene comune costituito dal patrimonio territoriale. Dalla sua validità dipende la forma (esogena o endogena) di appropriazione del valore aggiunto  territoriale.

Il progetto locale può decollare se la collettività che insiste su un dato territorio costruisce quella che con espressione felice Beccattini  definisce “coscienza di  luogo” (1). Questa si alimenta di significative consapevolezze e competenze riepilogabili nelle varie forme del capitale intangibile: capitale identitario, capitale umano, capitale sociale.

La capacità di accumulare questo capitale  dipende  dagli attori pubblici - da governi locali e regionali forti ed efficaci - ma anche da un buon rapporto fra attori pubblici e privati, da buone reti di relazioni tra attori collettivi,  tra imprese o tra imprenditori e lavoratori che realizzino  una governance partecipata ed efficace. La governance  si distingue del governo spettante agli enti pubblici: è una rete di processi decisionali  sociali e politici promossi da portatori di interesse (stakeholder) pubblici e privati, profit e non profit, dalle associazioni, dai cittadini sulla base di un minimo comune ethos civico  e per un obiettivo di sviluppo locale sostenibile. La governance per lo sviluppo locale esige una rigenerazione del ruolo degli enti locali meridionali, avviliti dal clientelismo e spesso paradossalmente gestori dell’effimero.

Come ha  scritto Gianfranco Imperatori, essi possono diventare  incubatori di sviluppo, in un contesto caratterizzato da scarsità di risorse, ma  devono dimostrare di sapersi integrare con i privati, costruendo con questi soggetti nuove reti di relazioni. Il "confronto" tra Pubblica Amministrazione  e privati diventa dunque un fattore di legittimità per gli enti locali e richiede specifiche capacità di tipo gestionale e organizzativo, non solo di tipo tecnico. La vera leva del cambiamento è la leadership, intesa come capacità di costruire identità condivise e atteggiamenti collaborativi. Il dialogo tra pubblico e privato passerà perciò primariamente dalla costruzione di una nuova classe dirigente nella Pubblica Amministrazione, dotata di questa sensibilità. Nel modello di "Stato leggero" il pubblico ha un ruolo di direzione delle policy, mentre al privato spetta la produzione e l'erogazione dei servizi. Questo modello richiede una managerialità, in grado di governare processi decisionali sempre più complessi e articolati. Nell'ambito delle politiche di sviluppo locale è sempre più rilevante la capacità di sviluppare  la cooperazione tra i vari soggetti della collettività locale, al fine di mobilitare le risorse endogene a un territorio. Diventa cruciale dunque la disponibilità di un management in grado di padroneggiare tecniche di "consensus building" per favorire l'interazione di una pluralità di attori diversi. Riduzione dei conflitti, multidisciplinarietà, visione strategica. L'apertura della Pubblica Amministrazione  nei confronti del privato deve dispiegarsi lungo questa direttrice strategica di "promozione partecipata. In questo modo, l'interazione pubblico privato può diventare un meccanismo più efficiente di governo del territorio perché in grado di incorporare un maggior numero d'informazioni nel processo decisionale.

 

2. Lo sviluppo dal basso

I  processi di globalizzazione dell’economia  e di destatalizzazione delle società, che la caratterizzano, hanno reso per molti aspetti impraticabili le politiche keynesiane, che nella seconda metà del secolo scorso avevano fatto sì che l’economia  conseguisse uno sviluppo  implementato dall’alto. Allora l’operatore pubblico  (Stato, Regione, Comune) era  diventato il soggetto strategico del riequilibrio sociale macroeconomico dell’economia capitalistica. Per la verità con scarsi risultati per il sud come è dimostrato dalla cessazione della Cassa del Mezzogiorno.

Nella situazione odierna  la nuova organizzazione dell’economia globalizzata trova nello sviluppo locale la strategia per un nuovo equilibrio di sostenibilità economica ed umana. O la competizione selvaggia di costo  che sacrifica equilibri ambientali, sociali e culturali al mercato (delocalizzazioni, inquinamento, emigrazioni e immigrazioni  patologiche, frantumazione  delle identità culturali)  o la competizione ragionevole (cum  petere: trovare assieme le  migliori combinazioni di lavoro e  produzione) che rispetta gli equilibri naturali e sociali più conformi ad una dimensione umana dei processi economici. Ebbene questa nuova forma di regolazione sociale dell’economia che incorpora l’economia nella vita della società, nei legami sociali e culturali, che rispetta i caratteri ambientali del contesto (economia di  sito), può permettere il perseguimento di   una sinergia tra  sviluppo globale e sviluppo locale.

Al riguardo è significativo quanto scrive Trigilia:

 

“Nei  nuovi modelli di organizzazione produttiva «post-fordista» (2) la competizione basata sulla ricerca di flessibilità e qualità è una scelta obbligata per le imprese dei paesi più sviluppati, se vogliono sottrarsi alla concorrenza di costo di quelli di nuova industrializzazione - terreno dal quale non possono uscire che perdenti. Ma a differenza del passato le imprese - non solo quelle piccole e medie  ma anche le grandi - sono sempre di più influenzate dall'ambiente esterno nel quale operano. La loro capacità di competere dipende maggiormente da economie esterne (3) di tipo materiale e immateriale: ricerca, formazione, infrastrutture, servizi, e anche collaborazioni esterne e quindi reti sociali, fiducia, competenze specializzate e conoscenze tacite. Questi fattori non sono rilevanti solo nei distretti industriali legati a settori produttivi tradizionali, ma anche nella formazione di aree di specializzazione produttiva in settori innovativi di sviluppo e applicazione delle nuove tecnologie (informatica, comunicazioni, biotecnologie ecc.), o nel campo dei servizi qualificati alle imprese, come per esempio quelli logistici, fieristici o finanziari. Le stesse grandi imprese in condizioni oligopolistiche, che prevalgono in settori con forti economie di scala, sono oggi più aperte alla cooperazione con partner esterni e dipendono di più da economie esterne. In questo senso l'organizzazione spaziale delle attività di produzione di beni, ma anche di servizi, ha assunto un rilievo crescente nel tempo come fattore chiave di competitività. Da qui una sorta di paradosso che è ben presente nei paesi europei: la globalizzazione aumenta la mobilità territoriale delle imprese, ma nello stesso tempo le rende più dipendenti dal contesto esterno. Ciò implica che la competitività delle singole imprese, e dei sistemi economici nazionali, dipende maggiormente dalla capacità degli attori locali (individuali e collettivi, pubblici e privati) di cooperare per accrescere le economie esterne e istituire dei vantaggi localizzativi solidi - cioè non meramente di costo. E dipende anche dalla capacità dei livelli istituzionali superiori (UE, Stati nazionali) di stimolare l'intervento dei governi regionali e locali, e di stabilire efficaci forme di cooperazione interistituzionale. Si ridefiniscono in tal modo le relazioni tra centro e periferia, si allontana dai vecchi modelli di coordinamento gerarchico e si sperimentano nuove forme più basate su accordi e logiche cooperative. Naturalmente, vantaggi di costo sono sempre importanti, ma se non si accompagnano a un miglioramento del contesto, anche sotto il profilo delle conoscenze e del «capitale sociale», non sono in grado di favorire quello spostamento verso produzioni innovative, flessibili e di qualità che possono alla lunga arginare la concorrenza di imprese dei paesi a più basso costo del lavoro in produzioni più semplici. In questo senso si può parlare di una tendenza verso forme nuove di radicamento sociale dell'economia che trova nel territorio un riferimento privilegiato. Le imprese sono più mobili ma nello stesso tempo le esigenze più relazionali dell'organizzazione economica le spingono al ricerca di un contesto favorevole al quale ancorarsi “. (4)

 

Viene così configurata la possibilità di una  sinergia globalizzazione –sviluppo locale, che è stata  sintetizzata in un neologismo “glocalizzazione “, una sorta di paradosso culturale in cui  il centro e la periferia interagiscono in maniera biunivoca, universalismo e particolarismo,  omologazione  e scoperta delle  differenze,  mercati globali ed economie     locali non confliggono ma concorrono  dialetticamente a  ridurre per i contesti locali  i rischi culturali dell’americanizzazione e della macdonalidizzazione  e quelli  economici della destabilizzazione locale e della deterritorializzazione industriale.

Questa sinergia evita il rischio di assumere nei confronti della globalizzazione toni enfatici o apocalittici che producono una “schizofrenia  di comportamenti di fronte ad essa, entrambi insostenibili: da una parte la resistenza autoescludente di comunità locali che  difendono la propria identità attraverso la chiusura, la mancanza di   innovazione e di relazione; dall'altra la corsa competitiva  dei sistemi locali che sfruttano e snaturano il proprio patrimonio ambientale, territoriale, umano nell'ansia di posizionarsi verso l'alto, succubi delle regole esogene del mercato mondiale. Stretta in questa contraddizione, la società locale che si proponga di superarla, reinterpretando e valorizzando la propria identità, la propria unicità, i propri valori patrimoniali nel contesto di un sistema aperto di relazioni e di scambi, non è data.  Essa vive potenzialmente di frammenti identitari resistenti all'omologazione, di lotte estese su scala planetaria ai processi di   globalizzazione economica, di tensioni locali alla reidentificazione, di pratiche tendenti alla produzione di valori d'uso da parte del lavoro autonomo, in particolare nel terzo settore; di   pratiche di cura dell'ambiente e dei luoghi; di tendenze alla   riappropriazione molecolare dell'innovazione. Tuttavia questa  società locale portatrice del cambiamento va aiutata a crescere,  come nodo denso del reticolo di un mondo plurale per una globalizzazione dal basso. In questo lavoro di tessitura lillipuziana, la costruzione della società locale è un progetto, un’idea cui dare  forza politica: non è una eredità da raccogliere e preservare. Nel progetto locale la densità dell'interazione sociale ed economica da perseguire è quella necessaria a costituire la sufficiente chiusura del sistema rispetto alle potenziali destrutturazioni  messe in atto dalle sollecitazioni della globalizzazione; e a costruire al contempo la necessaria apertura per non decadere per isolamento a «localismo triste», incapace di reagire al contesto: un locale a sua volta destrutturato (analogamente al sistema troppo aperto) per marginalizzazione e impoverimento. I nodi  della rete, i «luoghi» delle società locali, devono avere forte   identità e coesione interna, altrimenti i nodi stessi divengono semplici crocevia delle reti lunghe del globale. Queste reti trasformano i nodi a loro uso e consumo, li gerarchizzano secondo le leggi produttive, tecnologiche e di mercato del sistema economico mondiale, svuotandoli di ogni identità e autonomia. Colonizzazione (eterodirezione) o emarginazione sono le due polarità rischiose che investono le società locali nell’epoca della  globalizzazione. Un rapporto equilibrato fra chiusura e apertura consente al progetto locale una visione cosmopolita, sia al suo interno che nelle relazioni col mondo. Il patto solidale fra gli attori locali per la valorizzazione dei luoghi non si fonda sulla conservazione di identità storiche date, ma sulla emergenza di identità condivise fra attori interessati alla costruzione del progetto, attraverso un dialogo costruttivo e reinterpretativo con i modelli socioculturali di lunga durata presenti nel luogo. I «nuovi abitanti» (nuovi agricoltori, nuovi produttori, nuovi consumatori che imboccano la strada dello sviluppo locale autosostenibile) interpretano l'identità di un luogo, i suoi valori, la ricchezza del suo milieu, attenti a produrre trasformazioni che ne aumentino il valore; i nuovi abitanti della città «creola», costituita da società multietniche e di migranti, non si identificano necessariamente con i residenti locali (proprio questi a volte sono portatori di localismo vandalico, o di usi distorti del milieu per risucchiarne e sfruttarne energie nel contesto della competizione globale). Gli attori che interpretano  lo spirito del luogo e progettano l'autosostenibilità, possono arrivare da ogni dove a cooperare alla costruzione del progetto locale e delle sue relazioni con il mondo.(5)

 

3. Progetto locale e capitale intangibile

Il progetto local, come abbiamo visto,  si alimenta delle varie forme che assume il  capitale intangibile: capitale identitario, capitale, umano, capitale sociale.

 

3.1. Capitale identitario

I territori locali non possono essere più considerati  semplici spazi  di ubicazione di fabbriche, industrie e imprese, ma debbono diventare, secondo l’espressione di Augè, ”luoghi” capaci di esprimere tradizioni culture, identità, differenze rispetto agli altri territori e per questo capaci di creare e attirare ricchezza.” E questo  comporta una nuova centralità dei singoli territori, in quanto produttori di differenze in grado di competere  sul nuovo mercato con tutti gli altri territori.

La competizione si è allargata e ha inglobato il territorio e la comunità che lo abita: oggi la possibilità di produrre e richiamare ricchezza non può più essere delegata alle imprese e alla mera presenza di infrastrutture materiali, o di sistemi formativi decontestualizzati rispetto alla cultura o alla memoria locale.

Si tratta di valorizzare, come scrive Pier Luigi Sacco, il capitale identitario, una forma di capitale intangibile costituito dal repertorio simbolico ed ideale che identifica il sistema locale e che è in grado di trasferirsi credibilmente ed efficacemente nei manufatti, nelle esperienze e negli stili di vita che produce. 

 

3.2 Capitale umano

La sinergia globale-locale esige, pertanto, la messa al lavoro dell’intero corpo sociale (6). Le città del nostro Meridione e più in generale quei frammenti del nostro territorio che non sono stati attraversati dall'onda portante dello sviluppo industriale potrebbero fare propria la scommessa della capacitazione sistematica della comunità locale (Amrtya Sen), investendo in una strategia di formazione del capitale umano e informativo, ampia e sistematica di creazione di competenze esperienziali e di opportunità per i propri residenti, costruendo così dal basso una base economica che autosostiene lo sviluppo locale e allo stesso tempo crea le premesse per lo sviluppo di nuove professioni creative e nuove forme di imprenditorialità. In questa prospettiva  la preservazione e la messa in produzione delle differenze territoriali spetta non solo alle imprese che debbono organizzarsi per avere il migliore equilibrio di economie interne, ma anche alle istituzioni, alla società civile cui  spetta il compito di creare le economie esterne immateriali.

Il tema del Capitale umano è stato recentemente rilanciato nel corso del Festival dell'Economia di Trento 2007. Il premio Nobel Gary Becker, l’economista più citato al mondo e uno dei protagonisti del Festival che dopo aver detto che il capitale umano è un bene che ha a che fare con le competenze dell'uomo, la sua istruzione, la sua formazione, la salute, un capitale perché è parte integrante di ciascuno di noi,  un  formidabile motore dello sviluppo, ha previsto che nel “nel XXI secolo crolleranno i Paesi che non investiranno sulla conoscenza e sulla formazione continua e che nei prossimi anni, nei prossimi decenni, il successo e la crescita saranno di casa in quei Paesi che sapranno investire nei propri cittadini. Perché il capitale umano è sempre più importante; perché non basta possedere petrolio e materie prime per prosperare; perché le persone e non le risorse o le macchine determinano già, ma lo faranno sempre di più, la nostra ricchezza. "Naturalmente - prosegue Becker - le attrezzature, gli impianti in un'impresa sono necessari, ma è altrettanto fondamentale che ad utilizzare gli strumenti di lavoro ci siano persone capaci, sia fra i lavoratori che fra gli imprenditori. La crescita risulta impossibile in assenza di una solida base di capitale umano".

Il capitale umano, e dunque le informazioni, la conoscenza e le abitudini stesse delle persone, sono decisive. I Paesi crollano se non investono nelle persone. Il  XXI secolo segnerà la rivoluzione del capitale umano e la conoscenza sarà – è già – il fondamento di ogni aspetto della vita umana” con ricadute non solo sulla sfera economica, ma anche sulla salute, matrimonio, famiglia, crescita dei figli, capacità di pianificare meglio le risorse, migliore adattabilità agli imprevisti”. Becker, inoltre, ha delineato il passaggio verso quella che ha definito “la terza ondata della rivoluzione industriale” nella quale alle donne toccherà un ruolo decisivo. Al riguardo ha detto: “L’economia del XXI secolo sarà più aperta verso le donne. Il loro grado d'istruzione supererà quello degli uomini, già ora i salari delle donne sono in crescita rispetto a quelli dei maschi e sempre alle donne tocca e toccherà di trovare impiego in professioni assai importanti, nel passato al di fuori dei loro orizzonti”.

La dimostrazione di quanto sia importante il capitale umano per la crescita economica di un Paese è - in maniera palese - riscontrabile in Giappone, India, Taiwan, Corea del Sud, Hong Kong, Cina. Alcuni di questi Paesi sono poveri di risorse naturali e nelle loro esportazioni devono tener conto delle barriere economiche imposte dai Paesi occidentali. Eppure, nonostante questo, hanno avuto uno sviluppo economico estremamente veloce e ciò è dovuto in gran parte ad una forza lavoro istruita, aggiornata e molto operosa.

 

3.3 Capitale sociale

L’accumulazione di capitale identitario e umano diventa  possibile se le persone e la comunità realizzano una forma di mediazione intelligente tra l’interesse proprio e della collettività più ampia, che si esprime nel capitale sociale.

Il concetto di capitale sociale è tuttora un concetto aperto, perché non adeguatamente definito. Alcuni parlano addirittura di “concetto caotico”, ma pur con questi limiti è di grande utilità ermeneutica perché  ci aiuta  capire quali siano i  fattori che determinano  i comportamenti sociali delle persone e il  rendimento delle “strutture sociali di mesolivello” come famiglia, vicinato, associazioni di volontariato, istituzioni pubbliche e tutti quegli elementi che si collocano a livello intermedio tra l’individuo e la società nel suo insieme (7). Secondo la teoria del capitale sociale questi fattori sono rappresentati dalle dotazioni culturali, ambientali, umane, politiche, dalle capacità socialmente distribuite, dalla qualità e dalla quantità delle relazioni tra individui e attori sociali, dalle norme condivise, dalla fiducia, dalla reciprocità, dalla capacità di riflettere e intervenire nel reale.

Si tratta di una risorsa che non è collocata né nelle caratteristiche dell'individuo (capitale umano) né in quelle originarie  del territorio quali il clima, la posizione geografica, le altre ricchezze ambientali (capitale naturale), né nelle  dotazioni infrastrutturali materiali (capitale fisico). Il capitale sociale è un bene comune intangibile, risorsa utilizzabile per  mobilitare l'azione collettiva, promuovere l'agire cooperativo e la coesione sociale, contenere i conflitti, promuovere un contesto favorevole al potenziamento e alla valorizzazione delle capacità. 

Il  capitale sociale è anche fondamentale per l’istituzionalizzazione delle società decentrata avviata  con il recepimento dei principi di sussidiarietà verticale e orizzontale: attiva un nuovo modo di essere  della partecipazione come forma di cittadinanza societaria orizzontale sia per svolgere la mission propria in forme di autorganizzazione e di gestione diretta  di funzioni e servizi, sia  per affiancare e rigenerare  la  cittadinanza politica verticale.

Anche il tema del capitale sociale ha trovato una notevole eco nel richiamato Festival  di Trento. Tito Boeri, docente di economia all'Università Bocconi di Milano e coordinatore scientifico del Festival, ha rilevato: "La crescita economica di un Paese dipende in gran parte dal suo capitale umano e sociale. Un Paese che ha più capitale umano ha spesso anche più capitale sociale, cioè una rete informale di relazioni fra persone in grado di valorizzare e perseguire il bene comune. Inoltre, quando c'è più  capitale sociale, c'è meno bisogno dello Stato".

 

4. IL  capitale sociale  nella società meridionale: un compito per la società civile

Nel prospettare la  strategia dello sviluppo locale per il sud e per il nostro territorio in particolare  non si può non tenere conto del fatto che il capitale intangibile, e il capitale sociale in particolare, si presenta, nel  contesto meridionale, come il fattore critico dello spirito pubblico, della cultura civica e, quindi, dello sviluppo locale. Non  perché  il capitale sociale sia assente  ma perché esso assume forme prevalentemente patogene, per cui spesso viene sfruttato come veicolo del familismo, della clientela politica o del dominio mafioso. Questa conclusione sembra confermare l’assunto di quegli studiosi che si rifanno  alla teoria della scelta razionale secondo cui  “il comportamento umano è intimamente individualista, perché fondato su un  calcolo incessante. Nella cornice della teoria della scelta razionale, la partecipazione a comportamenti collettivi non è altro che la deviazione dalla norma: laddove la “norma sta nel fatto che ciascuno di noi penserebbe al proprio interesse personale, anche a spese - se necessario - dell’interesse degli altri. Cooperazione e fiducia, in quest’ottica, sono delle semplici anomalie. Si aderirà alle azioni collettive in un caso soltanto: laddove si ritenga che siano il modo migliore per soddisfare i propri interessi individuali. In questa prospettiva, un gruppo di economisti ha definito il capitale sociale come una qualità essenzialmente individuale, che consisterebbe «nelle caratteristiche sociali del singolo individuo - comprese le abilità sociali, il carisma e lo spessore della sua agenda telefonica - che gli permettono di ricavare vantaggi, economici o di altra natura, dalle sue interazioni con gli altri». L'ipotesi, in buona sostanza, è la seguente: si coopera soltanto quando si ritiene che se ne possa trarre un vantaggio. Nella misura in cui si investe nella propria capacità di cooperare con gli altri, si costruisce il proprio capitale sociale.

Questa posizione si presta ad osservazioni di carattere teorico ed empirico. Dal primo  punto di vista presta il fianco a più di una critica. C'è chi ne ha messo in luce, ad esempio, l'incapacità di considerare uno degli aspetti costitutivi della vita sociale: le norme e i significati condivisi o,  per dirla diversamente, la cultura. Si tratta di un aspetto gravido di ripercussioni, non solo perché le azioni di ciascuno di noi sono condizionate anche dai valori e dagli atteggiamenti, e non soltanto dal calcolo razionale degli interessi. C'è di più: come hanno osservato Misztal e Sztompka, la teoria della scelta razionale non prende assolutamente in considerazione la sfera affettiva, e quindi elementi distintivi del comportamento umano come altruismo, amore e amicizia. Oltretutto, essa tende a trascurare l'impatto delle disuguaglianze di partenza rispetto alle opportunità di vita (e quindi al capitale sociale) di ciascuno di noi. L'agency di ogni individuo è una variabile importante, ma altrettanto importanti sono i vincoli e le opportunità che emergono dalle norme di gruppo e dalle strutture sociali. (8). Dal punto di vista empirico basta evidenziare i parametri della qualità di vita, dell’inefficienza dei servizi di cura e di cultura, dei livelli di disoccupazione, dello scarso rendimento delle istituzioni pubbliche, l’azione disgregatrice di  tutte le mafie meridionali, i bassi livelli del PIL, il massacro del territorio per concludere che tutto ciò è dovuto a fatto che nel sud si è sviluppato a dismisura il capitale sociale che unisce (chiuso e patogeno) a scapito del  capitale sociale che collega (aperto e fisiologico).

E’ questa la risposta che si può dare alla domanda di Putnam (9) che si chiedeva come mai ”il  capitale sociale al sud non si  trasformasse in spirito pubblico sottolineando il rischio  che la personalizzazione dei servizi, la rivalutazione delle cerchie di riconoscimento, le reti calde e amicali si traducano in ulteriore particolarismo e clientelismo a causa di una sorta di DNA culturale irriducibile al senso civico.

Le conclusioni  contrastanti con quelle del sociologo americano, rilevano che il capitale chiuso, a volte anche collusivo, può diventare capitale che collega.  I sostenitori di questa posizione  fanno notare, infatti, che “alcune esperienze di sviluppo locale e regionale hanno mostrato che il particolarismo familistico e clientelare del sud ha  potenzialità di evoluzione in senso moderno, e può combinarsi positivamente con elementi universalistici e con circuiti istituzionali e di potere che favoriscono uno sviluppo capace di autosostenersi.

Al riguardo sembra  verosimile quanto sostiene Trigilia (10) ossia che sia stato esattamente lo sfruttamento da parte della politica della risorsa costituita dal capitale sociale a erodere il senso civico. “L’ipotesi specifica è che, nella mediazione tra capitale sociale e senso civico, le forme di aggregazione del consenso politico  possono costituire alimento per il primo e fattore di erosione del secondo. L’aggregazione del consenso ad opera dell’élite politica su base clientelare, attraverso l’erogazione particolaristica delle risorse pubbliche, ha costituito un modello di condotta cui gli attori sociali hanno dovuto adeguarsi. Sicché l’amministrazione particolaristica da parte della classe dirigente locale delle risorse pubbliche a vantaggio della rete privata delle relazioni sociali, ha costituito la declinazione di un modello indotto dall’alto dalla classe dirigente politica.

Il particolarismo attributivo si è diffuso per li rami e ha permeato la presenza e l’azione delle istituzioni pubbliche. L’esito è stato, da un lato, il rafforzamento del capitale sociale costituito dai vincoli di solidarietà, soccorso, amicizia, dall’altra, l’erosione della coscienza pubblica, della lealtà, della fiducia nelle istituzioni. Se questa  lettura è corretta, allora si può ritenere ingiusto attribuire ai tratti della cultura meridionale in sé, quali la propensione a personalizzare i rapporti, il primato delle relazioni parentali e amicali, la tradizione dello scambio di favori, la   responsabilità della carenza di senso civico. Si tratta piuttosto di individuare a quali condizioni questi tratti culturali permeano la condotta pubblica, piegano l’amministrazione degli interessi pubblici a fini privati, inducono chi svolge funzione pubblica e chi ad essa si rivolge a cercare e tentare canali privatistici per la soddisfazione di bisogni, per la erogazione dei servizi, per il riconoscimento dei dritti producendo così l’eclissi del senso civico.” (11)

Le linee valutative  che emergono non legittimano la tesi, cara a certa letteratura sociologica, di un sud irredimibile ma individuano delle responsabilità e quindi delle strategie perchè il Meridione, e la Sicilia in particolare, si evolvano dalla carenza di   spirito pubblico e di senso civico indotta da un perverso rapporto potere-società civile. Ma occorre rendersi conto che il rapporto vizioso potere-società civile è biunivoco. Sarebbe un grave errore sottovalutare la specularità delle due entità.

E se è vero che il potere politico ha reso perverso il ruolo del capitale sociale, ma è anche vero che la società civile ne è stata complice e beneficiaria. Spetta, quindi, anche  alla società civile  rompere il circolo vizioso  del familismo e del clientelismo  reagire e rilanciare valori e comportamenti per spalancare il capitale sociale  chiuso  verso il bene comune e quindi coniugarlo  con il  capitale sociale aperto dei valori, delle relazioni disinteressate, della coesione, della fiducia, delle strategie di governance per promuovere lo sviluppo sociale  ed economico, per migliorare anche la partecipazione politica, per combattere il capitale collusivo della mafia.

 


Note

 

(1) G. Beccattini, Lo sviluppo locale, Iris, 1999, Artimino.

(2) In epoca fordista (i decenni successivi al dopoguerra 1945-75 )  si era consolidato un sistema  di produzione, di consumo e di sindacalismo supportato da un regime universalistico di protezione sociale: i tratti salienti di questo sistema erano l'equilibrio tra le politiche dei prezzi e dei redditi, la contrattazione sindacale collettiva, il perseguimento della piena occupazione e la cosiddetta «pace industriale. Inoltre il welfare fordista tutelava gli interessi di tutte le parti sociali, consentendo un abbassamento del costo del lavoro. Al tempo stesso garantiva la sicurezza sociale necessaria  per stimolare i consumi di massa e, di riflesso, la produzione di massa, al punto che l’accoppiata di questi due termini era il vero carattere distintivo della crescita postbellica. Questa configurazione dei rapporti tra interessi diversi produce però un'inflessibilità organizzativa con ripercussioni negative: l'eccessivo potere sindacale rispetto all'esubero di personale, la scarsa flessibilità della forza lavoro, i salari che crescevano più rapidamente della produttività e la stagnazione della crescita, accompagnata da livelli elevati di inflazione (fenomeno noto come «stagflazione»). È dal complesso di queste tendenze negative che viene diagnosticata la cosiddetta «crisi del fordismo». Il quadro economico del post­fordismo, per contrasto, è caratterizzato da assetti occupazionali più flessibili, da nuove tecniche di management non più gerarchizzate e da una limitazione dei tradizionali poteri sindacali. Sul piano degli scenari di mercato, si assiste  al passaggio dai mercati di massa del fordismo a mercati molto più segmentati o «di nicchia». Anche le innovazioni tecnologiche contribuiscono a trasformare sia l'organizzazione delle imprese, sia quella della forza lavoro.

In terzo luogo, l'approccio postfordista si caratterizza per la sua analisi manageriale della cosiddetta impresa flessibile e delle nuove metodologie di organizzazione della produzione e della forza lavoro. La teoria del mercato del  lavoro «dualistico» è uno degli strumenti elaborati per descrivere le nuove configurazioni dell'occupazione affermatesi negli ultimi anni. L'ipotesi di fondo è che la struttura dell'occupazione si suddivida, al giorno d'oggi, in due fasce  quella dei lavoratori «essenziali», con competenze tecniche spendibili sul mercato ben posizionati in termini di carriera, retribuzione e - in una certa misura - di sicurezza lavorativa; quella dei lavoratori «marginali», non qualificati o poco  qualificati, carenti sotto il profilo della sicurezza e delle garanzie lavorative, non  di rado occupati con contratti part-time o a tempo determinato, e sostanzialmente privi di rappresentanza sindacale. Nel campo del welfare, il post-fordismo è coerente con questa visione del mercato del lavoro. Diminuisce la spesa sociale, si afferma la privatizzazione dei servizi alla persona  e si evolve la cultura  contrattuale delle esternalizzazioni. Anche per rispondere alla nuova soggettività dei bisogni  si assiste al passaggio dall’idea che lo Stato sia responsabile del benessere di tutti, all’idea che individui, famiglie e comunità debbano farsi carico del Welfare. (Per un approfondimento di questa problematica vedi Rodger J., Il nuovo welfare societario, Erickson, 2004, Trento).

(3) Le “economie” sono tutti quei risparmi di tempo, di manodopera, di materie prime e simili, che un'impresa è in grado di realizzare, soprattutto quando riesce a darsi le giuste dimensioni. Le economie possono essere interne ed esterne. Le economie interne sono quelle dovute all'interna organizzazione aziendale, come per esempio l'indovinata distribuzione dei compiti fra le maestranze, l'abilità di queste, la felice dislocazione dei reparti all'interno degli stabilimenti. Le economie esterne dipendono invece dalla situazione quale si registra al di fuori dell’azienda: per esempio presenza in “loco” di fonti di approvvigionamento, di manodopera qualificata, di industrie complementari, di senso civico, di spirito pubblico, di rendimento delle istituzioni.

(4) C. Trigilia, Sviluppo locale, editore Laterza, 2005, Bari, pp. 165 ss.

(5) A. Magnaghi, Il progetto locale, Bollati Boringhieri, 2003, Torino, pp. 230 ss.

(6) Alleruzzo, L’impresa meticcia. Riflessioni su no-profit ed economia di mercato, Erickson, 2004, pag. 51.

(7) J. Field, Il capitale sociale, Erickson, 2003, Trento, p. 171.

(8) J. Field, cit, p. 172.

(9) R. D. Putnam, La tradizione civica nelle regioni italiane, Milano 1993.

(10) C. Trigilia, Capitale sociale e sviluppo locale  in Stato e mercato, n. 57, pp. 419-440.

(11) G. Gucciardo, Il nuovo meridionalismo e i mali del sud, in Segno n. 234, Palermo, Aprile 2002.