Le società locali di diverse
regioni italiane del centro e del nord hanno reagito agli effetti
della competizione selvaggia innescata dalla globalizzazione
mobilitando tutto il corpo sociale per la valorizzazione consapevole
del capitale identitario costituito dalle risorse culturali, umane,
ambientali ed economiche del contesto territoriale. La necessità di
aderire al proprio reale costituisce l’essenza di una strategia atta a
fronteggiare il rischio dell’emarginazione nel mercato globale che è
senza tempo e senza luogo.
Le nostre società locali al
riguardo danno segnali flebili, anche quando, come nel caso di
Canicattì, si muove qualche intrapresa economica (es. la produzione
del vino e dell’uva) si deve registrare la mancanza di un sostegno
della società civile e della società politica che sono, peraltro,
speculari alle logiche familistiche dell’imprenditoria del settore.
Sarebbe opportuno che si attivasse un’opinione pubblica consapevole,
un associazionismo meno festaiolo e più civico e consapevole,
un’azione di guida e di supporto dell’ente locale per costruire
assieme un progetto locale di sviluppo.
1. Il progetto locale
Il progetto locale
costituisce lo scenario entro cui ricomporre le diverse rappresentanze
di interesse nella valorizzazione e appropriazione sociale del bene
comune costituito dal patrimonio territoriale. Dalla sua validità
dipende la forma (esogena o endogena) di appropriazione del valore
aggiunto territoriale.
Il progetto locale può decollare
se la collettività che insiste su un dato territorio costruisce
quella che con espressione felice Beccattini definisce “coscienza di
luogo” (1). Questa si alimenta di significative
consapevolezze e competenze riepilogabili nelle varie forme del
capitale intangibile: capitale identitario, capitale umano, capitale
sociale.
La capacità di accumulare questo
capitale dipende dagli attori pubblici - da governi locali e
regionali forti ed efficaci - ma anche da un buon rapporto fra attori
pubblici e privati, da buone reti di relazioni tra attori collettivi,
tra imprese o tra imprenditori e lavoratori che realizzino una
governance partecipata ed efficace. La governance si
distingue del governo spettante agli enti pubblici: è una rete di
processi decisionali sociali e politici promossi da portatori di
interesse (stakeholder) pubblici e privati, profit e non profit, dalle
associazioni, dai cittadini sulla base di un minimo comune ethos
civico e per un obiettivo di sviluppo locale sostenibile. La
governance per lo sviluppo locale esige una rigenerazione del ruolo
degli enti locali meridionali, avviliti dal clientelismo e spesso
paradossalmente gestori dell’effimero.
Come ha scritto Gianfranco
Imperatori, essi possono diventare incubatori di sviluppo, in un
contesto caratterizzato da scarsità di risorse, ma devono dimostrare
di sapersi integrare con i privati, costruendo con questi soggetti
nuove reti di relazioni. Il "confronto" tra Pubblica Amministrazione
e privati diventa dunque un fattore di legittimità per gli enti locali
e richiede specifiche capacità di tipo gestionale e organizzativo, non
solo di tipo tecnico. La vera leva del cambiamento è la leadership,
intesa come capacità di costruire identità condivise e atteggiamenti
collaborativi. Il dialogo tra pubblico e privato passerà perciò
primariamente dalla costruzione di una nuova classe dirigente nella
Pubblica Amministrazione, dotata di questa sensibilità. Nel modello di
"Stato leggero" il pubblico ha un ruolo di direzione delle policy,
mentre al privato spetta la produzione e l'erogazione dei servizi.
Questo modello richiede una managerialità, in grado di governare
processi decisionali sempre più complessi e articolati. Nell'ambito
delle politiche di sviluppo locale è sempre più rilevante la capacità
di sviluppare la cooperazione tra i vari soggetti della collettività
locale, al fine di mobilitare le risorse endogene a un territorio.
Diventa cruciale dunque la disponibilità di un management in grado di
padroneggiare tecniche di "consensus building" per favorire
l'interazione di una pluralità di attori diversi. Riduzione dei
conflitti, multidisciplinarietà, visione strategica. L'apertura della
Pubblica Amministrazione nei confronti del privato deve dispiegarsi
lungo questa direttrice strategica di "promozione partecipata. In
questo modo, l'interazione pubblico privato può diventare un
meccanismo più efficiente di governo del territorio perché in grado di
incorporare un maggior numero d'informazioni nel processo decisionale.
2. Lo sviluppo dal basso
I processi di globalizzazione
dell’economia e di destatalizzazione delle società, che la
caratterizzano, hanno reso per molti aspetti impraticabili le
politiche keynesiane, che nella seconda metà del secolo scorso avevano
fatto sì che l’economia conseguisse uno sviluppo implementato
dall’alto. Allora l’operatore pubblico (Stato, Regione, Comune) era
diventato il soggetto strategico del riequilibrio sociale
macroeconomico dell’economia capitalistica. Per la verità con scarsi
risultati per il sud come è dimostrato dalla cessazione della Cassa
del Mezzogiorno.
Nella situazione odierna la nuova
organizzazione dell’economia globalizzata trova nello sviluppo
locale la strategia per un nuovo equilibrio di sostenibilità
economica ed umana. O la competizione selvaggia di costo che
sacrifica equilibri ambientali, sociali e culturali al mercato (delocalizzazioni,
inquinamento, emigrazioni e immigrazioni patologiche, frantumazione
delle identità culturali) o la competizione ragionevole (cum
petere: trovare assieme le migliori combinazioni di lavoro e
produzione) che rispetta gli equilibri naturali e sociali più conformi
ad una dimensione umana dei processi economici. Ebbene questa nuova
forma di regolazione sociale dell’economia che incorpora l’economia
nella vita della società, nei legami sociali e culturali, che rispetta
i caratteri ambientali del contesto (economia di sito), può
permettere il perseguimento di una sinergia tra sviluppo globale e
sviluppo locale.
Al riguardo è significativo quanto
scrive Trigilia:
“Nei nuovi
modelli di organizzazione produttiva «post-fordista» (2)
la competizione basata sulla ricerca di flessibilità e qualità è una
scelta obbligata per le imprese dei paesi più sviluppati, se vogliono
sottrarsi alla concorrenza di costo di quelli di nuova
industrializzazione - terreno dal quale non possono uscire che
perdenti. Ma a differenza del passato le imprese - non solo quelle
piccole e medie ma anche le grandi - sono sempre di più influenzate
dall'ambiente esterno nel quale operano. La loro capacità di competere
dipende maggiormente da economie esterne (3) di tipo
materiale e immateriale: ricerca, formazione, infrastrutture,
servizi, e anche collaborazioni esterne e quindi reti sociali,
fiducia, competenze specializzate e conoscenze tacite. Questi fattori
non sono rilevanti solo nei distretti industriali legati a settori
produttivi tradizionali, ma anche nella formazione di aree di
specializzazione produttiva in settori innovativi di sviluppo e
applicazione delle nuove tecnologie (informatica, comunicazioni,
biotecnologie ecc.), o nel campo dei servizi qualificati alle imprese,
come per esempio quelli logistici, fieristici o finanziari. Le stesse
grandi imprese in condizioni oligopolistiche, che prevalgono in
settori con forti economie di scala, sono oggi più aperte alla
cooperazione con partner esterni e dipendono di più da economie
esterne. In questo senso l'organizzazione spaziale delle attività di
produzione di beni, ma anche di servizi, ha assunto un rilievo
crescente nel tempo come fattore chiave di competitività. Da qui una
sorta di paradosso che è ben presente nei paesi europei: la
globalizzazione aumenta la mobilità territoriale delle imprese, ma
nello stesso tempo le rende più dipendenti dal contesto esterno.
Ciò implica che la competitività delle singole imprese, e dei sistemi
economici nazionali, dipende maggiormente dalla capacità degli
attori locali (individuali e collettivi, pubblici e privati) di
cooperare per accrescere le economie esterne e istituire dei vantaggi
localizzativi solidi - cioè non meramente di costo. E dipende anche
dalla capacità dei livelli istituzionali superiori (UE, Stati
nazionali) di stimolare l'intervento dei governi regionali e locali, e
di stabilire efficaci forme di cooperazione interistituzionale. Si
ridefiniscono in tal modo le relazioni tra centro e periferia, si
allontana dai vecchi modelli di coordinamento gerarchico e si
sperimentano nuove forme più basate su accordi e logiche cooperative.
Naturalmente, vantaggi di costo sono sempre importanti, ma se non si
accompagnano a un miglioramento del contesto, anche sotto il profilo
delle conoscenze e del «capitale sociale», non sono in grado di
favorire quello spostamento verso produzioni innovative, flessibili e
di qualità che possono alla lunga arginare la concorrenza di imprese
dei paesi a più basso costo del lavoro in produzioni più semplici. In
questo senso si può parlare di una tendenza verso forme nuove di
radicamento sociale dell'economia che trova nel territorio un
riferimento privilegiato. Le imprese sono più mobili ma nello stesso
tempo le esigenze più relazionali dell'organizzazione economica le
spingono al ricerca di un contesto favorevole al quale ancorarsi
“. (4)
Viene così configurata la
possibilità di una sinergia globalizzazione –sviluppo locale, che è
stata sintetizzata in un neologismo “glocalizzazione “, una sorta di
paradosso culturale in cui il centro e la periferia interagiscono in
maniera biunivoca, universalismo e particolarismo, omologazione e
scoperta delle differenze, mercati globali ed economie locali
non confliggono ma concorrono dialetticamente a ridurre per i
contesti locali i rischi culturali dell’americanizzazione e della
macdonalidizzazione e quelli economici della destabilizzazione
locale e della deterritorializzazione industriale.
Questa sinergia evita il rischio
di assumere nei confronti della globalizzazione toni enfatici o
apocalittici che producono una “schizofrenia di comportamenti di
fronte ad essa, entrambi insostenibili: da una parte la resistenza
autoescludente di comunità locali che difendono la propria identità
attraverso la chiusura, la mancanza di innovazione e di relazione;
dall'altra la corsa competitiva dei sistemi locali che sfruttano e
snaturano il proprio patrimonio ambientale, territoriale, umano
nell'ansia di posizionarsi verso l'alto, succubi delle regole esogene
del mercato mondiale. Stretta in questa contraddizione, la società
locale che si proponga di superarla, reinterpretando e valorizzando la
propria identità, la propria unicità, i propri valori patrimoniali nel
contesto di un sistema aperto di relazioni e di scambi, non è data.
Essa vive potenzialmente di frammenti identitari resistenti
all'omologazione, di lotte estese su scala planetaria ai processi di
globalizzazione economica, di tensioni locali alla reidentificazione,
di pratiche tendenti alla produzione di valori d'uso da parte del
lavoro autonomo, in particolare nel terzo settore; di pratiche di
cura dell'ambiente e dei luoghi; di tendenze alla riappropriazione
molecolare dell'innovazione. Tuttavia questa società locale
portatrice del cambiamento va aiutata a crescere, come nodo denso del
reticolo di un mondo plurale per una globalizzazione dal basso. In
questo lavoro di tessitura lillipuziana, la costruzione della società
locale è un progetto, un’idea cui dare forza politica: non è una
eredità da raccogliere e preservare. Nel progetto locale la densità
dell'interazione sociale ed economica da perseguire è quella
necessaria a costituire la sufficiente chiusura del sistema rispetto
alle potenziali destrutturazioni messe in atto dalle sollecitazioni
della globalizzazione; e a costruire al contempo la necessaria
apertura per non decadere per isolamento a «localismo triste»,
incapace di reagire al contesto: un locale a sua volta destrutturato
(analogamente al sistema troppo aperto) per marginalizzazione e
impoverimento. I nodi della rete, i «luoghi» delle società locali,
devono avere forte identità e coesione interna, altrimenti i nodi
stessi divengono semplici crocevia delle reti lunghe del globale.
Queste reti trasformano i nodi a loro uso e consumo, li gerarchizzano
secondo le leggi produttive, tecnologiche e di mercato del sistema
economico mondiale, svuotandoli di ogni identità e autonomia.
Colonizzazione (eterodirezione) o emarginazione sono le due polarità
rischiose che investono le società locali nell’epoca della
globalizzazione. Un rapporto equilibrato fra chiusura e apertura
consente al progetto locale una visione cosmopolita, sia al suo
interno che nelle relazioni col mondo. Il patto solidale fra gli
attori locali per la valorizzazione dei luoghi non si fonda sulla
conservazione di identità storiche date, ma sulla emergenza di
identità condivise fra attori interessati alla costruzione del
progetto, attraverso un dialogo costruttivo e reinterpretativo con i
modelli socioculturali di lunga durata presenti nel luogo. I «nuovi
abitanti» (nuovi agricoltori, nuovi produttori, nuovi consumatori che
imboccano la strada dello sviluppo locale autosostenibile)
interpretano l'identità di un luogo, i suoi valori, la ricchezza del
suo milieu, attenti a produrre trasformazioni che ne aumentino il
valore; i nuovi abitanti della città «creola», costituita da società
multietniche e di migranti, non si identificano necessariamente con i
residenti locali (proprio questi a volte sono portatori di localismo
vandalico, o di usi distorti del milieu per risucchiarne e sfruttarne
energie nel contesto della competizione globale). Gli attori che
interpretano lo spirito del luogo e progettano l'autosostenibilità,
possono arrivare da ogni dove a cooperare alla costruzione del
progetto locale e delle sue relazioni con il mondo.(5)
3. Progetto locale e capitale
intangibile
Il progetto local, come
abbiamo visto, si alimenta delle varie forme che assume il capitale
intangibile: capitale identitario, capitale, umano, capitale sociale.
3.1. Capitale identitario
I territori locali non possono
essere più considerati semplici spazi di ubicazione di fabbriche,
industrie e imprese, ma debbono diventare, secondo l’espressione di Augè, ”luoghi” capaci di esprimere tradizioni culture, identità,
differenze rispetto agli altri territori e per questo capaci di creare
e attirare ricchezza.” E questo comporta una nuova centralità dei
singoli territori, in quanto produttori di differenze in grado di
competere sul nuovo mercato con tutti gli altri territori.
La competizione si è allargata e
ha inglobato il territorio e la comunità che lo abita: oggi la
possibilità di produrre e richiamare ricchezza non può più essere
delegata alle imprese e alla mera presenza di infrastrutture materiali, o di sistemi formativi decontestualizzati rispetto alla cultura o
alla memoria locale.
Si tratta di valorizzare, come
scrive Pier Luigi Sacco, il capitale identitario, una forma di
capitale intangibile costituito dal repertorio simbolico ed ideale che
identifica il sistema locale e che è in grado di trasferirsi
credibilmente ed efficacemente nei manufatti, nelle esperienze e negli
stili di vita che produce.
3.2 Capitale umano
La sinergia globale-locale esige,
pertanto, la messa al lavoro dell’intero corpo sociale (6).
Le città del nostro Meridione e più in generale quei frammenti del
nostro territorio che non sono stati attraversati dall'onda portante
dello sviluppo industriale potrebbero fare propria la scommessa della
capacitazione sistematica della comunità locale (Amrtya Sen),
investendo in una strategia di formazione del capitale umano e
informativo, ampia e sistematica di creazione di competenze
esperienziali e di opportunità per i propri residenti, costruendo così
dal basso una base economica che autosostiene lo sviluppo locale e
allo stesso tempo crea le premesse per lo sviluppo di nuove
professioni creative e nuove forme di imprenditorialità. In questa
prospettiva la preservazione e la messa in produzione delle
differenze territoriali spetta non solo alle imprese che debbono
organizzarsi per avere il migliore equilibrio di economie interne, ma
anche alle istituzioni, alla società civile cui spetta il compito di
creare le economie esterne immateriali.
Il tema del Capitale umano è stato
recentemente rilanciato nel corso del Festival dell'Economia di Trento
2007. Il premio Nobel Gary Becker, l’economista più citato al mondo e
uno dei protagonisti del Festival che dopo aver detto che il capitale
umano è un bene che ha a che fare con le competenze dell'uomo, la sua
istruzione, la sua formazione, la salute, un capitale perché è parte
integrante di ciascuno di noi, un formidabile motore dello sviluppo,
ha previsto che nel “nel XXI secolo crolleranno i Paesi che non
investiranno sulla conoscenza e sulla formazione continua e che nei
prossimi anni, nei prossimi decenni, il successo e la crescita saranno
di casa in quei Paesi che sapranno investire nei propri cittadini.
Perché il capitale umano è sempre più importante; perché non basta
possedere petrolio e materie prime per prosperare; perché le persone e
non le risorse o le macchine determinano già, ma lo faranno sempre di
più, la nostra ricchezza. "Naturalmente - prosegue Becker - le
attrezzature, gli impianti in un'impresa sono necessari, ma è
altrettanto fondamentale che ad utilizzare gli strumenti di lavoro ci
siano persone capaci, sia fra i lavoratori che fra gli imprenditori.
La crescita risulta impossibile in assenza di una solida base di
capitale umano".
Il capitale umano, e dunque le
informazioni, la conoscenza e le abitudini stesse delle persone, sono
decisive. I Paesi crollano se non investono nelle persone. Il XXI
secolo segnerà la rivoluzione del capitale umano e la conoscenza sarà
– è già – il fondamento di ogni aspetto della vita umana” con ricadute
non solo sulla sfera economica, ma anche sulla salute, matrimonio,
famiglia, crescita dei figli, capacità di pianificare meglio le
risorse, migliore adattabilità agli imprevisti”. Becker, inoltre, ha
delineato il passaggio verso quella che ha definito “la terza ondata
della rivoluzione industriale” nella quale alle donne toccherà un
ruolo decisivo. Al riguardo ha detto: “L’economia del XXI secolo sarà
più aperta verso le donne. Il loro grado d'istruzione supererà quello
degli uomini, già ora i salari delle donne sono in crescita rispetto a
quelli dei maschi e sempre alle donne tocca e toccherà di trovare
impiego in professioni assai importanti, nel passato al di fuori dei
loro orizzonti”.
La dimostrazione di quanto sia
importante il capitale umano per la crescita economica di un Paese è -
in maniera palese - riscontrabile in Giappone, India, Taiwan, Corea
del Sud, Hong Kong, Cina. Alcuni di questi Paesi sono poveri di
risorse naturali e nelle loro esportazioni devono tener conto delle
barriere economiche imposte dai Paesi occidentali. Eppure, nonostante
questo, hanno avuto uno sviluppo economico estremamente veloce e ciò è
dovuto in gran parte ad una forza lavoro istruita, aggiornata e molto
operosa.
3.3 Capitale sociale
L’accumulazione di capitale
identitario e umano diventa possibile se le persone e la comunità
realizzano una forma di mediazione intelligente tra l’interesse
proprio e della collettività più ampia, che si esprime nel capitale
sociale.
Il concetto di capitale sociale è
tuttora un concetto aperto, perché non adeguatamente definito. Alcuni
parlano addirittura di “concetto caotico”, ma pur con questi limiti è
di grande utilità ermeneutica perché ci aiuta capire quali siano i
fattori che determinano i comportamenti sociali delle persone e
il rendimento delle “strutture sociali di mesolivello” come
famiglia, vicinato, associazioni di volontariato, istituzioni
pubbliche e tutti quegli elementi che si collocano a livello
intermedio tra l’individuo e la società nel suo insieme (7).
Secondo la teoria del capitale sociale questi fattori sono
rappresentati dalle dotazioni culturali, ambientali, umane, politiche,
dalle capacità socialmente distribuite, dalla qualità e dalla quantità
delle relazioni tra individui e attori sociali, dalle norme
condivise, dalla fiducia, dalla reciprocità, dalla capacità di
riflettere e intervenire nel reale.
Si tratta di una risorsa che non è
collocata né nelle caratteristiche dell'individuo (capitale umano) né
in quelle originarie del territorio quali il clima, la posizione
geografica, le altre ricchezze ambientali (capitale naturale), né
nelle dotazioni infrastrutturali materiali (capitale fisico). Il
capitale sociale è un bene comune intangibile, risorsa utilizzabile
per mobilitare l'azione collettiva, promuovere l'agire cooperativo e
la coesione sociale, contenere i conflitti, promuovere un contesto
favorevole al potenziamento e alla valorizzazione delle capacità.
Il capitale sociale è anche
fondamentale per l’istituzionalizzazione delle società decentrata
avviata con il recepimento dei principi di sussidiarietà verticale e
orizzontale: attiva un nuovo modo di essere della partecipazione come
forma di cittadinanza societaria orizzontale sia per svolgere la
mission propria in forme di autorganizzazione e di gestione diretta
di funzioni e servizi, sia per affiancare e rigenerare la
cittadinanza politica verticale.
Anche il tema del capitale sociale
ha trovato una notevole eco nel richiamato Festival di Trento. Tito
Boeri, docente di economia all'Università Bocconi di Milano e
coordinatore scientifico del Festival, ha rilevato: "La crescita
economica di un Paese dipende in gran parte dal suo capitale umano e
sociale. Un Paese che ha più capitale umano ha spesso anche più
capitale sociale, cioè una rete informale di relazioni fra persone in
grado di valorizzare e perseguire il bene comune. Inoltre, quando c'è
più capitale sociale, c'è meno bisogno dello Stato".
4. IL capitale sociale nella
società meridionale:
un compito per la società civile
Nel prospettare la strategia
dello sviluppo locale per il sud e per il nostro territorio in
particolare non si può non tenere conto del fatto che il capitale
intangibile, e il capitale sociale in particolare, si presenta, nel
contesto meridionale, come il fattore critico dello spirito pubblico,
della cultura civica e, quindi, dello sviluppo locale. Non perché il
capitale sociale sia assente ma perché esso assume forme
prevalentemente patogene, per cui spesso viene sfruttato come veicolo
del familismo, della clientela politica o del dominio mafioso. Questa
conclusione sembra confermare l’assunto di quegli studiosi che si
rifanno alla teoria della scelta razionale secondo cui “il
comportamento umano è intimamente individualista, perché fondato su
un calcolo incessante. Nella cornice della teoria della scelta
razionale, la partecipazione a comportamenti collettivi non è altro
che la deviazione dalla norma: laddove la “norma sta nel fatto che
ciascuno di noi penserebbe al proprio interesse personale, anche a
spese - se necessario - dell’interesse degli altri. Cooperazione e
fiducia, in quest’ottica, sono delle semplici anomalie. Si aderirà
alle azioni collettive in un caso soltanto: laddove si ritenga che
siano il modo migliore per soddisfare i propri interessi individuali.
In questa prospettiva, un gruppo di economisti ha definito il capitale
sociale come una qualità essenzialmente individuale, che consisterebbe
«nelle caratteristiche sociali del singolo individuo - comprese le
abilità sociali, il carisma e lo spessore della sua agenda telefonica
- che gli permettono di ricavare vantaggi, economici o di altra
natura, dalle sue interazioni con gli altri». L'ipotesi, in buona
sostanza, è la seguente: si coopera soltanto quando si ritiene che se
ne possa trarre un vantaggio. Nella misura in cui si investe nella
propria capacità di cooperare con gli altri, si costruisce il proprio
capitale sociale.
Questa posizione si presta ad
osservazioni di carattere teorico ed empirico. Dal primo punto di
vista presta il fianco a più di una critica. C'è chi ne ha messo
in luce, ad esempio, l'incapacità di considerare uno degli aspetti
costitutivi della vita sociale: le norme e i significati condivisi o,
per dirla diversamente, la cultura. Si tratta di un aspetto gravido di
ripercussioni, non solo perché le azioni di ciascuno di noi sono
condizionate anche dai valori e dagli atteggiamenti, e non soltanto
dal calcolo razionale degli interessi. C'è di più: come hanno
osservato Misztal e Sztompka, la teoria della scelta razionale non
prende assolutamente in considerazione la sfera affettiva, e quindi
elementi distintivi del comportamento umano come altruismo, amore e
amicizia. Oltretutto, essa tende a trascurare l'impatto delle
disuguaglianze di partenza rispetto alle opportunità di vita (e quindi
al capitale sociale) di ciascuno di noi. L'agency di ogni individuo
è una variabile importante, ma altrettanto importanti sono i vincoli e
le opportunità che emergono dalle norme di gruppo e dalle strutture
sociali. (8). Dal punto di vista empirico basta
evidenziare i parametri della qualità di vita, dell’inefficienza dei
servizi di cura e di cultura, dei livelli di disoccupazione, dello
scarso rendimento delle istituzioni pubbliche, l’azione disgregatrice
di tutte le mafie meridionali, i bassi livelli del PIL, il massacro
del territorio per concludere che tutto ciò è dovuto a fatto che nel
sud si è sviluppato a dismisura il capitale sociale che unisce (chiuso
e patogeno) a scapito del capitale sociale che collega (aperto e
fisiologico).
E’ questa la risposta che si può
dare alla domanda di Putnam (9) che si chiedeva come
mai ”il capitale sociale al sud non si trasformasse in spirito
pubblico sottolineando il rischio che la personalizzazione dei
servizi, la rivalutazione delle cerchie di riconoscimento, le reti
calde e amicali si traducano in ulteriore particolarismo e
clientelismo a causa di una sorta di DNA culturale irriducibile al
senso civico.
Le conclusioni contrastanti con
quelle del sociologo americano, rilevano che il capitale chiuso, a
volte anche collusivo, può diventare capitale che collega. I
sostenitori di questa posizione fanno notare, infatti, che “alcune
esperienze di sviluppo locale e regionale hanno mostrato che il
particolarismo familistico e clientelare del sud ha potenzialità di
evoluzione in senso moderno, e può combinarsi positivamente con
elementi universalistici e con circuiti istituzionali e di potere che
favoriscono uno sviluppo capace di autosostenersi.
Al riguardo sembra verosimile
quanto sostiene Trigilia (10) ossia che sia stato
esattamente lo sfruttamento da parte della politica della risorsa
costituita dal capitale sociale a erodere il senso civico. “L’ipotesi
specifica è che, nella mediazione tra capitale sociale e senso civico,
le forme di aggregazione del consenso politico possono costituire
alimento per il primo e fattore di erosione del secondo.
L’aggregazione del consenso ad opera dell’élite politica su base
clientelare, attraverso l’erogazione particolaristica delle risorse
pubbliche, ha costituito un modello di condotta cui gli attori sociali
hanno dovuto adeguarsi. Sicché l’amministrazione particolaristica da
parte della classe dirigente locale delle risorse pubbliche a
vantaggio della rete privata delle relazioni sociali, ha costituito la
declinazione di un modello indotto dall’alto dalla classe dirigente
politica.
Il particolarismo attributivo si è
diffuso per li rami e ha permeato la presenza e l’azione delle
istituzioni pubbliche. L’esito è stato, da un lato, il rafforzamento
del capitale sociale costituito dai vincoli di solidarietà, soccorso,
amicizia, dall’altra, l’erosione della coscienza pubblica, della
lealtà, della fiducia nelle istituzioni. Se questa lettura è
corretta, allora si può ritenere ingiusto attribuire ai tratti della
cultura meridionale in sé, quali la propensione a personalizzare i
rapporti, il primato delle relazioni parentali e amicali, la
tradizione dello scambio di favori, la responsabilità della carenza
di senso civico. Si tratta piuttosto di individuare a quali condizioni
questi tratti culturali permeano la condotta pubblica, piegano
l’amministrazione degli interessi pubblici a fini privati, inducono
chi svolge funzione pubblica e chi ad essa si rivolge a cercare e
tentare canali privatistici per la soddisfazione di bisogni, per la
erogazione dei servizi, per il riconoscimento dei dritti producendo
così l’eclissi del senso civico.” (11)
Le linee valutative che emergono
non legittimano la tesi, cara a certa letteratura sociologica, di un
sud irredimibile ma individuano delle responsabilità e quindi delle
strategie perchè il Meridione, e la Sicilia in particolare, si evolvano
dalla carenza di spirito pubblico e di senso civico indotta da un
perverso rapporto potere-società civile. Ma occorre rendersi conto che
il rapporto vizioso potere-società civile è biunivoco. Sarebbe un
grave errore sottovalutare la specularità delle due entità.
E se è vero che il potere politico
ha reso perverso il ruolo del capitale sociale, ma è anche vero che la
società civile ne è stata complice e beneficiaria. Spetta, quindi,
anche alla società civile rompere il circolo vizioso del familismo
e del clientelismo reagire e rilanciare valori e comportamenti per
spalancare il capitale sociale chiuso verso il bene comune e
quindi coniugarlo con il capitale sociale aperto dei valori, delle
relazioni disinteressate, della coesione, della fiducia, delle
strategie di governance per promuovere lo sviluppo sociale ed
economico, per migliorare anche la partecipazione politica, per
combattere il capitale collusivo della mafia.
Note
(1)
G. Beccattini, Lo sviluppo locale, Iris, 1999, Artimino.
(2)
In epoca fordista (i decenni successivi al dopoguerra 1945-75 ) si
era consolidato un sistema di produzione, di consumo e di
sindacalismo supportato da un regime universalistico di protezione
sociale: i tratti salienti di questo sistema erano l'equilibrio tra le
politiche dei prezzi e dei redditi, la contrattazione sindacale
collettiva, il perseguimento della piena occupazione e la cosiddetta
«pace industriale. Inoltre il welfare fordista tutelava gli interessi
di tutte le parti sociali, consentendo un abbassamento del costo del
lavoro. Al tempo stesso garantiva la sicurezza sociale necessaria per
stimolare i consumi di massa e, di riflesso, la produzione di massa, al
punto che l’accoppiata di questi due termini era il vero carattere
distintivo della crescita postbellica. Questa configurazione dei
rapporti tra interessi diversi produce però un'inflessibilità
organizzativa con ripercussioni negative: l'eccessivo potere sindacale
rispetto all'esubero di personale, la scarsa flessibilità della forza
lavoro, i salari che crescevano più rapidamente della produttività e
la stagnazione della crescita, accompagnata da livelli elevati di
inflazione (fenomeno noto come «stagflazione»). È dal complesso di
queste tendenze negative che viene diagnosticata la cosiddetta «crisi
del fordismo». Il quadro economico del postfordismo, per contrasto, è
caratterizzato da assetti occupazionali più flessibili, da nuove
tecniche di management non più gerarchizzate e da una limitazione dei
tradizionali poteri sindacali. Sul piano degli scenari di mercato, si
assiste al passaggio dai mercati di massa del fordismo a mercati
molto più segmentati o «di nicchia». Anche le innovazioni tecnologiche
contribuiscono a trasformare sia l'organizzazione delle imprese, sia
quella della forza lavoro.
In terzo luogo,
l'approccio postfordista si caratterizza per la sua analisi
manageriale della cosiddetta impresa flessibile e delle nuove
metodologie di organizzazione della produzione e della forza lavoro.
La teoria del mercato del lavoro «dualistico» è uno degli strumenti
elaborati per descrivere le nuove configurazioni dell'occupazione
affermatesi negli ultimi anni. L'ipotesi di fondo è che la struttura
dell'occupazione si suddivida, al giorno d'oggi, in due fasce quella
dei lavoratori «essenziali», con competenze tecniche spendibili sul
mercato ben posizionati in termini di carriera, retribuzione e - in
una certa misura - di sicurezza lavorativa; quella dei lavoratori
«marginali», non qualificati o poco qualificati, carenti sotto il
profilo della sicurezza e delle garanzie lavorative, non di rado
occupati con contratti part-time o a tempo determinato, e
sostanzialmente privi di rappresentanza sindacale. Nel campo del welfare, il post-fordismo è coerente con questa visione del mercato
del lavoro. Diminuisce la spesa sociale, si afferma la privatizzazione
dei servizi alla persona e si evolve la cultura contrattuale delle
esternalizzazioni. Anche per rispondere alla nuova soggettività dei
bisogni si assiste al passaggio dall’idea che lo Stato sia
responsabile del benessere di tutti, all’idea che individui, famiglie
e comunità debbano farsi carico del Welfare. (Per un approfondimento
di questa problematica vedi Rodger J., Il nuovo welfare societario,
Erickson, 2004, Trento).
(3)
Le “economie” sono tutti quei risparmi di tempo, di manodopera, di
materie prime e simili, che un'impresa è in grado di realizzare,
soprattutto quando riesce a darsi le giuste dimensioni. Le economie
possono essere interne ed esterne. Le economie interne sono quelle
dovute all'interna organizzazione aziendale, come per esempio
l'indovinata distribuzione dei compiti fra le maestranze, l'abilità di
queste, la felice dislocazione dei reparti all'interno degli
stabilimenti. Le economie esterne dipendono invece dalla situazione
quale
si
registra al di fuori
dell’azienda: per esempio presenza in “loco” di fonti di
approvvigionamento, di manodopera qualificata, di industrie
complementari, di senso civico, di spirito pubblico, di rendimento
delle istituzioni.
(4)
C. Trigilia, Sviluppo locale, editore Laterza, 2005, Bari, pp.
165 ss.
(5)
A. Magnaghi, Il progetto locale, Bollati Boringhieri, 2003,
Torino, pp. 230 ss.
(6)
Alleruzzo,
L’impresa meticcia. Riflessioni su no-profit ed economia di mercato,
Erickson, 2004, pag. 51.
(7)
J. Field, Il capitale sociale, Erickson, 2003, Trento, p. 171.
(8)
J. Field, cit, p. 172.
(9)
R. D. Putnam, La tradizione civica nelle regioni italiane, Milano
1993.
(10)
C. Trigilia, Capitale sociale e sviluppo locale in Stato e
mercato, n. 57, pp. 419-440.
(11) G. Gucciardo, Il nuovo
meridionalismo e i mali del sud, in Segno n. 234, Palermo, Aprile
2002.