Il
legame tra la terra di Canicattì e la casa Bonanno copre un arco
temporale di tre secoli ed, analogamente con quanto
avvenne in altri centri feudali dell’isola, si presenta
forte allorquando il signore risiede nel suo feudo
mentre si attenua sino scomparire quando se ne allontana.
Per comprendere come
questa famiglia si sia innestata nel percorso storico
locale è necessario andare indietro nel tempo.
Le origini della
terra di Canicattì sono incerte e mancano riscontri
documentali.
Nel XII secolo il
geografo arabo Edrisi menziona il fortilizio di Al Qatta
che alcuni individuano come la futura Canicattì. E’
certo comunque che la terra di Canicattì ricadesse nella
giurisdizione della città demaniale di Naro.
Qui esisteva uno dei
tanti casali di cui allora era ricca tutta la zona. Pare
che questa terra, eretta in feudo, fosse data in
concessione alla nobile famiglia Palmeri, militi
naritani, di antica stirpe inglese legata agli
Altavilla.
In relazione alle
notizie più antiche dei signori di Canicattì e’
opportuno precisare che tutti coloro i quali si sono
soffermati in epoche diverse su tale argomento hanno
attinto in maniera più o meno discreta al più famoso
“Teatro genealogico delle famiglie nobili, titolate,
feudatarie ed antiche del fedelissimo regno di Sicilia
viventi ed estinte” relativo alle famiglie nobili
siciliane di cui e’ autore Filadelfio Mugnos,
instancabile ricercatore di questioni araldiche e
genealogiche: questa opera e’ rimasta per alcuni secoli
un riferimento obbligato per genealogisti e storici
della Sicilia.
E’ un trattato
pubblicato a Palermo nel 1647 con riferimenti
documentali precisi che, pur con qualche inesattezza,
rimane in massima parte attendibile ai fini di appurare
i legami parentali tra le diverse famiglie del ceto
aristocratico ed al fine di percorre la successione nei
titoli e nei feudi del regno di Sicilia di quell’epoca.
In diversi punti il
Mugnos tratta della terra di Canicattì; in primo luogo
alla voce Palmerio del libro VI viene riportato l’atto
del 1396 di redduzione della città di Naro alla
giurisdizione di Re Martino che così recita:
”Item che il Castello
di Canicattini lu quali, e di lu nobili Rodorico di
Palmeri, e concesso ad altro, li sia restituito, e si
alcuno pretende haviri lu preditto Castellu lu domandi
per via di ragione”;
Rodrigo Palmeri viene
indicato come uno dei primi baroni del suo tempo per la
vastità dei suoi tenimenti.
La famiglia Palmeri
viene pure indicata alla pagina 156 del libro VIII ove
si narra del leggendario scontro tra Salvatore Palmeri
ed il saraceno Mulè che fu all’origine della fortuna
della famiglia, evento puntualmente riportato in ogni
pubblicazione riguardante la terra di Canicattì.
In altro punto di
questo passo si ricorda l’adesione del nobile Rodrigo
Palmeri alla fazione anticatalana capeggiata da Manfredi
ed Andrea Chiaramonte favorevole alla Casa d’Angiò.
L’autore narra che
Gugliemo Moncada, Giustiziere del Regno, fissò al nobile
Palmeri il termine ultimo di due mesi per “ritornare
alla divozione regia, altrimenti s’intenda investuto
della terra di Canigatti Salvatore Palmeri nipote di
detto Rodorico, sicome sequit regante Federico tertio re
di Sicilia, come avvenne per il tutto appare per
privilegio spedito in Ragusa a quindici di febraro 1369”.
Alla pagina seguente
si narra che da Salvatore la terra di Canicattì pervenne
a Fulco di Palmeri e dopo la morte di detto Fulco ad
Antonio Palmeri. Questi, non avendo figli, nel 1448
vendette per 250 onze d’oro il feudo al nipote Gio.
Andrea de Crescenzio con l’obbligo tra gli altri di non
rimuovere dal castello le armi dei Palmeri.
E’ presente un altro
riferimento alla terra di Canicattì, ma con qualche
incongruenza, nel libro 1° alla pagina 155 relativo
alla famiglia Bonanni.
Ivi il Mugnos dice
testualmente che:
“La
terra di Canicattì fu anticamente di Luca Formosa
cavalier agrigentino
, il quale
la perdé per aver aderito ai baroni ribelli e fu
concessa dalla Regia Curia al predetto Fulco Palmeri,
che gli successe suo figlio Antonino il quale la vendé
al predetto Giov. Andrea Crescenzio”
, (suo nipote
acquisito poichè genero di Filippa Crispo e Palmeri sua
sorella).
E’ costui che il 3
febbraio 1467 ottiene dal Vicerè, il marchese d’Urrea,
la licenza populandi riguardante la nostra terra
con gente sia regnicola che estera, e a ben
ragione costui può considerarsi il fondatore della
nostra comunità.
Ebbe due figliole
maritate con due fratelli di casa Bonanno (il Mugnos
riporta che ebbe una sola figlia): Raimonda che sposò
Calogero e Bianca che sposò Girolamo. Morta Bianca senza
eredi sua sorella ereditò il feudo di Canicattì e,
maritali nomine, se ne investì il Bonanno: da allora,
era il 1507, e sino al 1812 Canicattì sarà feudo della
Casa Bonanno.
Ma chi erano i Bonanno?
Come riportano i vari
testi di araldica, dal Mugnos, all’Inveges al Palazzolo
Gravina ed altri, erano una ricca ed antica famiglia di
origine pisana che venne portata in Sicilia da
Giangiacomo e da Cesare, forse fratelli, che per i
consueti dissapori tra diverse fazioni municipali,
abbandonarono la loro città e si trasferirono i Sicilia.
Per i servigi offerti a re Federico d’Aragona per i
bisogni della guerra (dice il Mugnos accomodò a re
Federico 2.000 fiorini durante la lunga controversia tra
la casa d’Aragona e quella d’Angiò per la corona di
Sicilia) , godettero dei favori della corona: in
particolare Cesare si stabilì a Caltagirone che rimase
a lungo sede della famiglia. Cominciò così il curriculum
nobilitatis dei Bonanno che ricoprirono vari cariche
dell’amministrazione regia; ma era necessario pure
ampliare i rapporti sociali e la via più usuale per
allargare la rete di relazioni da sempre è stata quella
delle alleanze matrimoniali: i Bonanno si dimostrarono
molto attenti all’uso di questo istituto utilizzato sia
come mezzo di arricchimento e di consolidamento del
potere raggiunto che di accesso ad altri titoli
nobiliari.
Ritorniamo a Calogero
Bonannno dalla cui unione con la De Crescenzio nacque
Filippo; costui ancora bambino rimase orfano, la madre
si risposò con il nobile Angelo Lucchesi da Naro che si
comportò da autentico patrigno per i molteplici ostacoli
che frappose al Bonanno nella successione feudale.
Il Mugnos afferma che
nel 1554 Filippo ottenne l’investitura e fu Cavaliere
assai spiritoso . Egli sposò Eleonora Platamone da
Siracusa, di antica famiglia napoletana, da cui ebbe
Giovanbattista che gli successe nel 1555; questi aveva
sposato nello stesso anno Isabella Rocca di stirpe
aragonese.
Nel 1597 troviamo
signore di Canicattì Filippo II° sposo di Antonia
Colonna, discendente del ramo di Sicilia della grande
famiglia romana, principessa di Montalbano titolo che da
allora restò in casa Bonanno. Fu costui nel 1613 edificò
la chiesa ed il Convento di San Domenico.
Suo successore fu nel
1619 Giacomo che ottenne la baronia di Canicattì pro
nuptias. Alla morte della madre venne creato dal re
di Spagna duca di Montalbano.
Persona colta fu
letterato di grande pregio, valente studioso, mecenate
autentico; scrisse anche una storia della sua città
natale Siracusa.
E’ a lui che si deve
la nuova fondazione del nostro paese che adornò di
edifici pubblici, fondo l’ospedale dei poveri che dotò
di adeguata rendita, aprì una bella passeggiata sulla
via per Naro, innalzò le tre monumentali fontane ricche
di statue pregiate di cui non rimane più alcuna memoria
per l’incuria perseverante dei nostri amministratori. Si
tratta delle fontane dell’acquanova, della piazza
grande e di Borgalino.
Sposò in prime nozze
Antonia Balsamo, di famiglia di origine lombarda, figlia
unica del principe di Roccafiorita e marchese di Limina,
donna religiosissima che curò la costruzione del
monastero di Santa Maria di Gesù; la loro unione fu resa
feconda dalla nascita di almeno sette figli.
Vedovo si risposò con
Innocenza Marchisano da cui non ebbe figli. Muore nel
1636 probabilmente a Canicattì (non esiste registro
dell’epoca) dove nel dicembre aveva dettato le sue
ultime volontà al notaio Gaspare Monteleone.
Nel suo testamento
vengono indicati tutti i suoi figli:
Filippo il primogenito
sposo di Anna Maria Crisafi, messinese discendente da
Giorgio Maniace,
Pietro, primo principe
di Roccafiorita e barone di Castellamare che non ebbe
discendenza dalla sua unione con Violante Notarbartolo,
Maria, sposa di Nicola
Giuseppe Montaperto,
seguono le sue
figliole monache benedettine professe a Naro nel
monastero del S. Salvatore: Giacoma Maria, in seculo
vocata Lucrezia, Vittoria Maria, in seculo
vocata Francesca, Antonia Maria, in seculo vocata
Camilla.
Ritengo opportuno
soffermarmi su tale documento oggi conservato presso
l’archivio di Stato di Agrigento che ci permette di
entrare in alcuni spazi privati del personaggio.
Lo stato di
conservazione del documento è ottimale e consente una
buona lettura anche in presenza di un gran numero di
abbreviazioni.
Il testo segue il
consueto formulario dell’epoca ove il notaio rogante
attesta la volontà del testatore a letto infermo ma sano
di mente e di ferma loquela.
Dopo aver raccomandato
la sua anima al Sommo ed Immortale Dio, alla Vergine ,
ai santi Pietro e Paolo ed al suo san Giacomo inizia a
dettare le sue disposizioni che riguardano primariamente
il suo funerale.
Il duca ordina che nel
giorno di sua morte dovrà essere sepolto nel venerabile
convento dei minori osservanti di s.Francesco nella
erigenda cappella maggiore, ordina inoltre che vi sia
trasportato dalla chiesa del convento del Carmine il
corpo di sua moglie Donna Antonia e, testualmente,
farsi
un tabuto e ponerci di dentro tutti li dui cadaveri:
il proprio doveva essere denudato di ogni veste.
Stabilisce un legato a favore del predetto convento di
onze 100 a suffragio della sua anima per la remissione
ed il perdono dei suo peccati. Lega al convento di San
Domenico onze 300 e stabilisce che vi sia trasportato,
da Siracusa ove era morto, il cadavere di suo padre D.
Filippo e che venga deposto nella cappella maggiore
della chiesa di detto convento lasciando un altro legato
di 200 onze per l’erezione di un cappellone . Al
venerabile convento di San Francesco lega la somma di
onze 40 per l’erezione del campanile.
Quindi istituisce suo
erede universale il nipote Giacomo Bonanno e Crisafi
figlio del primogenito Filippo e in caso in cui tale
successione non avvenga dovranno succedergli gli altri
nipoti Agesilao e Giovan Battista e comunque i figli
maschi nati da suo figlio Filippo.
Stabilisce che sia suo
successore in tutti i suoi titoli e stati il figlio
primogenito Filippo. Assegna a tutti i suoi figli la
quota di legittima secondo precedenti donazioni; a suo
moglie Innocenza lega 336 onze ed una rendita annua di
600 scudi alcuni immobili, terreni, due schiavi negri,
due muli di carro a sua scelta, 45 piatti d’argento da
poter usare durante la sua vita da vedova, un
paviglione di damasco turchino con suo giraletto;
nel testo dichiara di non aver voluto e ricevuto alcuna
mobilia dalla sposa di cui la stessa ritornerà a
disporre.
Lega all’università di
Canicattì la somma, enorme per l’epoca, di 5.000 scudi
pari a 2.000 onze per acquistare una rendita che
assicuri un interesse del 5%,
come pure lega alla
terra di Montalbano 300 scudi, per le necessità del
popolo di quella terra.
Seguono poi una serie
di legati o remissione di debiti a personaggi legati
alla sua casa:
Vincenzo Xibilia da
Siracusa, Francesco Marino alias Roccaro, Matteo
Ferraro, Salvatore Gambino, agli eredi Giuseppe
Gazzetta, Marco Russo da Naro. Cospicuo il lascito al
suo creato Giovanni Lauria 40 onze, una casa, 3 pezzi
d’oro della sua cintura ed un vestito. Sono pure suoi
legatari Francesco Incardona da Ravanusa, Francesca
Buscarello, Girolamo Carbone; al suo paggio Filippo
Caracciolo lascia 10 onze, a Vittoria Gazzetta, tenuta a
Battesimo da suo figlio Vittorio, 20 onze come pure a
Mariano Buscarello. A sua nora Crisafi un paro
di braccialetti di diamante, al figlio primogenito la
sua armeria, alla figlia Montaperto una baversa
di cristalli e coralli con indulgenza ed al genero una
catena d’oro.
Ricorda pure il
collegio di santa Maria di Ravanusa con 10 onze e quello
di Montalbano con 30 onze.
Come indicato del
nonno a capo della casa subentrò Giacomo II° . E’ lui
che fonda intorno al 1662 il monastero dei santi Filippo
e Giacomo stanziando la somma di 10.000 ducati per la
costituzione di una rendita necessaria alla edificazione
della fabbrica. Sposò Francesca Marini di famiglia di
origine genovese.
Da questo matrimonio
nacque Filippo III° che successe al padre nel 1665.
Egli sposò Rosalia
Bosco figlia di Francesco e di Tommasa Gomez de Sandoval
nipote del viceré di Sicilia Rodrigo. Questo matrimonio
fu importantissimo perché consacrò l’ascesa della
famiglia Bonanno che così raggiunse i più alti onori e
le prime cariche del regno. Fu il primo principe della
Cattolica 17° titolo del regno.
Le cure di stato e la
necessità di soggiornare a Palermo gli impedirono di
occuparsi dei suoi feudi lontani e quindi anche di
Canicattì ed essendo sempre più assente rimase
assolutamente ignaro delle necessità dei suoi vassalli.
Proseguendo nella
successione dei signori di Canicattì incontriamo
Francesco Bonanno signore dal 1711, sposo di Anna Maria
Filangeri, di notevole famiglia di origine normanna. Fu
cavaliere del Toson d’Oro e annoverato fra i Grandi di
Spagna, ambasciatore presso Amedeo di Savoia e Pretore
di Palermo; morì nel 1734.
A lui successe nel
1740 Giuseppe le cui nozze con Giustina Borromeo, nobile
milanese, sono descritte nei diari del Villabianca che
rimase impressionato dallo enorme sfarzo profuso; tale
matrimonio era destinato a durare sole sei anni a causa
della prematura morte della principessa. Giuseppe I° si
risposò con Maria Teresa Caracciolo.
Alla sua morte
avvenuta nel 1781 gli successe il figlio Francesco
Antonio sposo di Caterina Branciforte figlia del
principe di Butera di antichissima famiglia risalente ai
tempi di Carlo Magno.
Nel 1798 fu investito
nei titoli di casa Bonanno Giuseppe II° sposo di Teresa
Moncada figlia del principe di Paternò, anch’essa di
antico lignaggio, famiglia catalana discendente dai
Duchi di Baviera.
Costui è l’ultimo
barone di Canicattì.
Sua moglie nel 1818
concesse in enfiteusi perpetua lo stato di Canicattì a
Gabriele Chiaramonte Bordonaro ma il titolo di barone di
Canicattì rimase in Casa Bonanno e fu ereditato dagli
ultimi membri di tale famiglia: da Francesco Bonanno e
Moncada ed infine da Giuseppe Bonanno, capitano generale
morto assassinato nella rivoluzione del 1820 a Palermo:
con lui si estinsero i principi della Cattolica.
Da questa famiglia
trasse origine la linea dei duchi di Castellana estinta
nella metà del 700.
Esistono diversi rami
di questa nobile famiglia tra cui quello dei principi di
Linguaglossa, che trae origine dal primo Giovan Battista
menzionato.
Piero Napoli