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“Quannu era Natali” a Ragusa, era bellissimo.
Ricordi infantili dal sapore genuino
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“Quannu
scurava prestu” (faceva buio prima) e davanti ad ogni porta si attizzava
il fuoco nei “succetta” o nei “cufuna” (scaldamani in lamierino), appena
illuminati dalla fioca luce diffusa dai pochissimi lampioni a petrolio,
l’inverno era già vicino. Le strade, vie e “viuzze” erano frequentate da
gente appiedata. Di tanto in tanto si notava la carrozza di don Peppino
“u Davicu” che disimpegnava il servizio di trasporto pubblico da e per
la stazione ferroviaria. I “massari” usavano il carretto per recarsi al
duro lavoro dei campi, mentre il ceto abbiente usava “u sauta-fuossu”
(il calesse, ovvero una carrozza leggera e ben molleggiata coperta da
una signorile capote). Era questa la città di Ragusa, nella seconda metà
degli anni Venti del secolo scorso, i cui confini erano delimitati dalla
via Mariannina Schininà (che si raggiungeva salendo dalla “Strata
Mastra”, ovvero Via Vittorio Emanuele, oggi Corso Italia), dalla vallata
di Santa Domenica e da quella di San Leonardo. In fondo a quest’ultima,
cioè “al fiume”, le prime ore mattutine erano riempite dal vocio
proveniente dalle lavandaie che, professioniste del bucato (oggi
diremmo!), rimediavano ai disagi di lavare la biancheria in casa stante
l’assenza di impianto idrico nelle abitazioni dell’epoca. Armate di
“truscie” (grossi fardelli in cui era “confezionata” la roba da lavare),
sistemate sulla loro testa, scendevano a piedi sino al fiume. Numerosi
artigiani, dall’arrotino al conciatore di pelli (che in quegli anni era
rappresentato da “don Micienzu u piddaru”), dal venditore di bilance e
stadere ai vari “mastri i carretta” (costruttori e, nel contempo,
“meccanici” dei variegati carretti), dal fabbro (che si occupava anche
di munire di appositi ferri gli zoccoli dei cavalli, essendo questi
l’esclusivo mezzo di locomozione di quel tempo) ai “lanternari” (il cui
compito era quello di produrre secchi per l’acqua, contenitori per
l’olio, etc.) che erano molto ricercati per l’utensileria allora i uso,
rinvigorivano, con la loro attività, i loro rumori ed i loro vocii,
l’atmosfera cittadina ancora prettamente “campagnola”, povera di risorse
economiche ma ricca sul versante dei principi sociali e religiosi. Con
l’arrivo “ro misi i Natali” (del mese di Natale, ovvero dicembre) ci si
immergeva in un periodo in cui si sentiva nell’aria il profumo della
festa che congiungeva, accorciando le distanze, il cuore di tutti. Tutte
le attività domestiche ed agricole si predisponevano per la festività.
Dopo la novena dell’Immacolata, si attendeva con ansia la natività del
“Bamminu” (del Bambino Gesù) che riempiva di calore l’animo di ciascuno
sebbene il clima fosse più rigido di quello attuale. Se la sera si
lasciava sul balcone una “vaggila” (bacinella) d’acqua, all’indomani
all’alba la si trovava gelata per alcuni millimetri di spessore. Alla
stessa stregua, d’inverno le pozzanghere d’acqua si gelavano per le
strade (provocando quel fenomeno detto “a lumarra”). Con l’approssimarsi
del periodo natalizio i macellai vendevano “u sancieli”: un
salsicciotto, di sangue condito, cotto nell’acqua. Ma non mancava la
“classica” salsiccia (“a sausizza”) a base di carne suina. In ogni
famiglia la preparazione era intesa quasi come un rituale i cui
adempimenti iniziali consistevano nell’affilare (“fari ammulari”) i
coltelli. Circa una settimana prima di “Natali” si provvedeva a
macellare il maiale. L’intervallo di tempo pre-natalizio serviva per
sezionare e predisporre le carni dell’animale a seconda delle variegate
esigenze della famiglia. Una parte (i cosiddetti “carnagghi”) era
destinata al “cavaleri” (al proprietario del fondo terriero presso cui
si lavorava), in base al contratto d’affitto a suo tempo stipulato,
un’altra per la preparazione della gelatina e l’altra per la menzionata
salsiccia. Per quest’ultima si rendeva necessario pulire e svelare le
budella. Del maiale non si buttava quasi niente. Pure le vescica trovava
la sua giusta collocazione: posta sotto salatura era usata come
contenitore per lo strutto (“a saimi”) o data ai ragazzi, che,
gonfiandola, l’adoperavano come palla con cui giocare. I ragazzi di
città, non possedendo anch’essi una palla, erano, invece, costretti a
rivolgersi al “pizzicagnolo” (macellaio) per ottenere una “ussica
salata” (vescica salata) da adoperare come pallone. Altro sano
passatempo dei giovanissimi di quei tempi era rappresentato da una gara
di corsa fatta spingendo un cerchione di bicicletta. I più industriosi
si costruivano “u calacipitu”, una sorta di triciclo in legno. “A novena
ri Natali” (la novena di Natale) iniziava, di buon mattino, con una
semplice e graziosa pastorale suonata da un gruppetto di musicanti che,
muniti di zampogne, percorreva la fitta teoria di vicoli urbani e
periferici diffondendo le nenie natalizie. Uno dei piatti tradizionali
ancora in uso negli anni ’30 del secolo scorso era la “citrata”: un
dolce a base di bucce di arance, miste a zucchero, miele e aromi
naturali. A tale composto si dava la forma di un cuore o dell’agnello di
San Giovanni. Il piatto forte della cucina casereccia natalizia era
rappresentato dai “cuosti” (fette tagliate a tocchetti con l’osso) di
suino che, unitamente alla “scannatura” (la zona del collo del maiale),
erano cucinati in un “tianu” (tegame di coccio), a fuoco lento e con
poca acqua. Il lardo ed il grasso presenti in quei tocchetti di carne
col calore iniziavano a sciogliersi dando origine ad un composto
omogeneo di una certa densità, per cui si rendeva necessario mescolarlo
lentamente e di continuo con apposito cucchiaio rigorosamente di legno.
Tale leccornia culinaria, nella cui fase conclusiva di cottura si
inserivano semi di finocchio selvatico, era servita a tavola
accompagnata da “feddi” (fette) di pane raffermo costituito dalle
“nciminati” (rustiche pagnotte morbide). La vigilia di Natale era motivo
di riunione, tra le famiglie numerose di quel tempo, per attendere tutti
insieme, grandi e piccini, la nascita “ro Bamminu” (del Bambino Gesù),
andando in chiesa per la Messa di mezzanotte. L’ultimo minuto della
giornata era rivolto ad un’accorata preghiera che si recitava mentre si
andava a letto: “Iu mi curcu pi durmiri / ‘nta stu suonnu puozzu
muriri, / si non truovo cunfissuri, / mi cunfessu cu Vui, signuri”.