<Gli scritti
raccolti in questo volume sono stati redatti dal 1978 al 2008>.
Esordisce con siffatte parole Pietro Civitareale nella breve
premessa a questo prezioso volume di 128 pagine il cui
esplicativo sottotitolo è: Annotazioni critiche sulla poesia
dialettale contemporanea. E prosegue: <Le motivazioni di
queste pagine vanno ricercate in un sentimento elettivo che
nutro nei confronti di un genere letterario con il quale è nato
e cresciuto il mio interesse per la letteratura, e cioè la
poesia in dialetto.>
Nato a Vittorito
(AQ) nel 1934 e residente a Firenze, Pietro Civitareale è poeta
e narratore, saggista e critico letterario, curatore di
antologie di poeti contemporanei e studioso della poesia in
dialetto; tradotti in varie lingue, i suoi scritti si trovano su
riviste italiane e straniere.
A partire dalle
considerazioni che <lo scrittore dialettale d’oggi è in genere
un operatore più evoluto sul piano intellettuale> e pertanto
<capace di assorbire, nella sua ricerca poetica, stimoli e
motivazioni legati ad una cultura meno circoscritta>, che
<nell’intento di riappropriarsi delle proprie caratteristiche
antropologiche> il fenomeno dialettale <ha assunto un carattere
universale, inquadrandosi nella più generale questione della
difesa dei patrimoni culturali autoctoni>, sfatata una volta per
tutte <l’equazione “poesia dialettale = poesia minore”> che <si
è rilevata abbastanza falsa>, e che non è dunque un caso che <la
poesia dialettale d’oggi stia a mano a mano occupando lo spazio
di quella in lingua>, in cinque capitoli (oltre la citata
premessa e il pratico indice dei nomi), egli traccia <un quadro
abbastanza credibile> della <straordinaria fioritura della
poesia in dialetto in Italia> alla quale <abbiamo assistito in
questi ultimi decenni.>
Assai bella la
copertina, che presenta in tanti piccoli riquadri le foto di una
ventina degli autori che verranno trattati, altre validissime
osservazioni costellano tutto il corpo del libro.
Basilare quella
che <non è lo strumento linguistico che fa la poesia, ma le
capacità creative del poeta e l’uso che egli è in grado di fare
della propria lingua>, e a seguire quelle altre che solo
<difendendo la propria specificità, la poesia in dialetto può
competere con quella in lingua e continuare ad affermare una
propria ragione di essere>, che <rinunciando alla mimesi delle
forme epico-realistiche e spogliandosi dei panni del populismo>
la poesia “neo-dialettale” <si vota alla soggettività lirica con
tutti i suoi ingorghi psicologici e le sue lacerazioni
esistenziali> e diventa <una linea manieristica di resistenza.>
Passando ai
nomi: Tolmino Baldassari, Nino De Vita, Salvatore Di Marco,
Franco Loi, Vincenzo Luciani, Dante Maffia, Biagio Marin, Mario
Mastrangelo, Giacomo Noventa, Pier Paolo Pasolini, Franco
Scataglini, Achille Serrao, Rocco Vacca, Andrea Zanzotto, in
tutto oltre duecento, e quindi alle note sugli stessi, ecco: <la
durezza morale di Guerra, il realismo popolare di Buttitta, il
virile idillismo di Clemente, il descrittivismo cupo e tagliente
di Pierro, il realismo lirico di Pascarella, la favola
moralistica di Trilussa>, mentre, più estesamente <Mario
Dell’Arco oppone una delicatezza sentimentale e un piglio
descrittivo sospesi tra stilizzazione e naturalezza>, <il
Pasolini delle prime poesie in dialetto offre, in un linguaggio
raccolto e colorito, uno psicodramma impressionante della vita>,
<quella di Elio Bartolini è una poesia estremamente intensa
nella sua razionale perspicuità, che presenta zone di una forte
incisività, a dimostrazione di una maniera con la quale lo stile
può essere assunto ad esplicazione dello stato delle cose, a
metafora di un rapporto con la situazione. Da qui l’uso,
peraltro avarissimo, dell’aggettivazione in funzione sempre di
“correzione” della realtà> e ancora Giovanni Nadiani il quale
<con una tragica e lucida percezione della realtà, sceglie di
testimoniare il disordine che cade sotto il suo sguardo, il
forte sentimento del destino umano, il senso desertico
dell’immaginario collettivo, nei termini di una tensione
espressiva omologabile con una rappresentazione estremamente
verticalizzata del mondo.>
<Della poesia in dialetto si è impossessata l’editoria che
conta>; ma altrettanto vero, asserisce Pietro Civitareale, è che
la poesia che conta non è <appannaggio esclusivo della grande
editoria>, anzi non di rado <l’editoria di provincia è in grado
di esibire poeti di valore.>
Marco
Scalabrino