Salvatore Vaiana, attento studioso del fenomeno mafioso
in Sicilia, su cui ha condotto varie ricerche, dà vita,
in questa sua ultima opera, ad un rilevante esempio di
microstoria, riguardante il comune di Barrafranca tra il
1892 e il 1922, che, pur arricchendo la storiografia
concernente gli studi locali, si inserisce a pieno
diritto nel contesto più vasto degli studi storici
relativi al periodo postunitario del Mezzogiorno
d’Italia.
L’autore ricostruisce la storia di questo centro
agricolo dell’ennese, inserito nel triangolo
economicamente più depresso dell’Isola, rifacendosi
quasi esclusivamente a minuziose e pazienti ricerche
condotte su documenti d’archivio.
Gli avvenimenti che caratterizzarono il quarantennio di
cui l’autore si occupa, si svolgono sullo sfondo di un
ambiente immutabile, quello della Sicilia agraria, del
latifondo arido e per lo più incolto o malcoltivato,
delle lotte di potere tra famiglie rivali, della
corruzione del clero e degli amministratori, della forte
componente mafiosa e brigantesca. È quell’ambiente che
mantiene inalterati la forma e i colori, pur vedendo
cambiare i protagonisti e i loro ruoli e che rimane
purtroppo sempre caratterizzato dall’individualismo
proprio del siciliano, dalla sua resistenza al
cambiamento, quando esso comporti sconvolgimenti
dell’equilibrio sociale esistente e il sorgere di nuovi
gruppi di potere.
Perciò in questa nostra magnifica Isola, ogni volontà di
modernizzazione si infrange nell’opposizione dei
potentati locali che, pur di mantenere lo statu quo, non
esitano ad allearsi alla mafia o ai briganti o di
ricorrere alle minacce, alla violenza e all’omicidio.
Non importa da chi provenga l’aiuto, purché sia valido
al controllo della situazione e all’immutabilità della
stessa. Mi viene da pensare che questo modo di essere
dei siciliani, l’individualismo della sua classe
dominante, la mentalità mafiosa, riuscirono a
sconfiggere un avvenimento di portata mondiale come la
stessa Rivoluzione francese che si fermò, appunto, a
Pizzo Calabro, piché il baronaggio siciliano non esitò
ad allearsi con gli inglesi, agevolando la loro
occupazione dell’Isola, e con l’odiato sovrano
borbonico, pur di tenere lontana dallo stretto ogni
novità atta a sovvertire l’ordine costituito.
Nella Barrafranca raccontata da Vaiana, manca, peraltro,
un elemento che in gran parte della regione tentò di
portare un vento di rinnovamento sociale economico.
Parlo del movimento cattolico, della propaganda
sturziana, della diffuzione delle Casse Rurali, efficace
strumento creditizio contro l’usura dilagante, delle
altre iniziative portate avanti dagli apostoli della
Rerum novarum, per favorire il mondo contadino ed
elevarlo culturalmente, moralmente ed economicamente.
Nelle diocesi di Palermo, di Piazza Armerina, di Noto,
di Acireale, ma soprattutto di Girgenti, l’opera di
vescovi illuminati e di sacerdoti intelligenti ed
attivi, diede vita ad un’imponente organizzazione
cooperativistica che, attraverso le affittanze agricole,
le cooperative di credito e quelle di consumo, riuscì a
dare alla classe contadina una vera e propria coscienza
sociale, preparandola, peraltro, all’accoglimento dei
principi democratici, sanciti nel 1913 dall’approvazione
della legge sul suffragio universale maschile.
A Barrafranca, invece, il clero locale si presentava
spesso corrotto, contiguo alla mafia, vicino alle stesse
logge massoniche, interessato alle manovre del potere,
spesso addirittura mandante di omicidi, schierato con
l’una o l’altra delle due fazioni che dividevano il
paese, quella facente capo all’avvocato Bonfirriato e
quella guidata da Benedetto Giordano.
In tale clima, chi avesse voluto forzare la situazione
dirigendola verso forme di cambiamento e di evoluzione
sociale, era destinato a pagare con la vita. Tale fu la
sorte del socialista Alfonso Canzio, ucciso nel 1919,
seguendo la sorte di Panepinto, di Alongi, di Orcel,
combattivo protagonista del movimento contadino barrese,
a cui l’autore dedica il suo libro.
Gabriella Portalone
(Recensione pubblicata sulla rivista
"Rassegna siciliana di Storia e Cultura", n. 15, Aprile,
2002, dell’ISSPE)